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Miss violence

«Miss Violence» ha vinto il Leone d’argento a Venezia per la migliore regia e il protagonista Themis Panou la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Considerando che il cinema greco, oltre ad essere quantitativamente modesto, è anche pochissimo esportato e, con l’eccezione di Anghelopoulos, scarsamente conosciuto, si tratta di credenziali che incuriosiscono a priori.

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Locandina del film

E che il lavoro di Alexandros Avranas ha modo lentamente e implacabilmente di confermare. Si può dire che «Miss Violence» (in realtà un titolo non molto azzeccato) sia uno dei film più impressionanti e disturbanti che da tempo ci sia capitato di vedere. Ma, se questo talvolta equivale a sterili provocazioni e fastidiose gratuità, bisogna dire che in questo caso il problema si pone in tutt’altri termini. Sembra di poter dire, infatti, che il film di Avranas affondi le proprie radici in terreni diversi ma ugualmente fertili. Da una parte la tradizione classica della tragedia greca, costellata di terribili drammi familiari cosparsi di vendette, legami incestuosi e offese lavate nel sangue. Dall’altra la storia recente della crisi globale che, a quanto pare, ha toccato la Grecia in modo particolare e traumatico. Pare anzi di poter dire che, senza l’elemento dietro le quinte del disastro economico, «Miss Violence» sarebbe una storia di follia familiare legata più a elementi di repertorio che a esigenze simboliche, il che trasformerebbe gli orrori rappresentati in qualcosa di terribilmente gratuito. Così, invece, ascoltiamo e vediamo il racconto di una follia che trova nel quadro sociale, economico e politico motivazioni simboliche.

Si comincia in un salotto, dal quale usciremo raramente. Una famiglia festeggia il compleanno dell’adolescente Angeliki che brinda, balla con il nonno, poi va in terrazza, scavalca la ringhiera e si getta nel vuoto. Nessuno sa perché. L’assistenza sociale svolge le sue indagini trovandosi di fronte a una famiglia allo stesso tempo unita e innaturale. L’impressione è che sia il nonno a reggere le sorti del nucleo impartendo ordini senza avere mai bisogno di alzare la voce o di scatti di violenza. Pian piano, però, il muro si crepa. Eleni ha due figli piccoli che non hanno un padre. Myrto sembra sul punto di crollare. La nonna ha qualche ferita passata e subisce, ma come un vulcano sul punto di esplodere. La verità è allucinante: il nonno, contabile impiegato a tempo determinato, porta i soldi a casa vendendo le nipoti a conoscenti e amici e partecipando lui stesso all’orrore. La sua follia può essere fermata, ma non dalla giustizia ordinaria.

Lo stile di Avranas è allo stesso tempo quieto e tagliente. Il ritmo lento è appositamente concepito per rendere l’idea di un’esistenza minuziosamente programmata e rigorosamente abitudinaria. Finché, di punto in bianco, l’autore non ci proietta senza mezzi termini nell’oscenità di un’innocenza violata. E tutto questo senza che alcuno dei personaggi riesca ad esprimere una valutazione morale in attesa che qualcuno faccia giustizia con mezzi che fatalmente lasceranno tutto a girare su se stesso in quel salotto che potrebbe essere una casa, una città, un mondo.

È evidente che l’autore non afferma che quanto sta accadendo sia un modo (per quanto perverso) di rispondere a una crisi che attanaglia e conduce alla disperazione. Si tratta piuttosto di una mente distorta (il nonno) a metà tra la delinquenza e il delirio di possesso, che ha trovato nel tessuto sociale le condizioni ideali per giustificare la propria perversione con motivazioni fittizie. Themis Panou, che non urla e non alza le mani, dà una rappresentazione impressionante del male che ci abita vicino ma che noi non riconosciamo.

E «Miss Violence», che richiede un pubblico attento e consapevole, riesce a farci arrivare alla conclusione più terribile: che non si tratti di finzione, ma di una plausibile eventualità.
MISS VIOLENCE (Id.) di Alexandros Avranas. Con Themis Panou, Rena Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou. GRECIA 2013; Drammatico; Colore

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