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Nahid

È vero che sotto molti aspetti l’Iran ha abbandonato molte tradizioni ancestrali per immettersi  in un’ottica di rinnovamento e di progresso, ma è anche vero che il peso del passato è talmente forte da rendere improbabile  un cambiamento del genere dall’oggi al domani.

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Locandina del film

Il punto centrale di «Nahid», della trentaseienne regista iraniana Ida Panahandeh, è la condizione della donna divorziata che in quel paese intenda rifarsi una vita sposando un altro uomo. Secondo la legge della Sharia, a meno di diversi accordi, la custodia dei figli spetta al padre indipendentemente dalle ragioni della separazione. Nel caso specifico, l’ex-marito Ahmad, tossicodipendente, ha acconsentito a lasciare a Nahid la custodia del figlio di dieci anni Amir Reza a patto che lei non si risposi, nel qual caso il figlio tornerebbe con lui. Così, quando Nahid si rende conto di amare Massoud, vedovo con una figlia, capisce anche che l’amore per Amir Reza non le permette di lasciarlo a un padre che palesemente non è in grado di occuparsi di lui. La situazione diventa pertanto molto complicata. Prima Nahid e Massoud si vedono di nascosto come amanti clandestini, poi la donna accetta di usufruire di una delle condizioni della legge iraniana, quella del cosiddetto matrimonio temporaneo che a tutti gli effetti non la fa risultare sposata sui documenti. Ciò nonostante Ahmad lo viene a sapere e si riprende Amir Reza, costringendo praticamente Nahid a tornare in casa con lui e a vivere praticamente da prigioniera guardata a vista da parenti e amici. Ci si chiede se la sua decisione finale di permettere a Massoud di presentare istanza di affidamento, nel qual caso il giudice dovrà decidere se Ahmad sia un padre migliore di quanto lo sia Nahid come madre, possa avere qualche esito positivo.

Di sicuro il gesto di Nahid è il massimo atto di coraggio che una donna iraniana possa avere in quella condizione. E Ida Panahandeh, che si pone come intento principale quello di scuotere l’opinione pubblica perché a una legge arcaica siano apportati gli opportuni cambiamenti, ha un ruolo molto simile a quello della sua protagonista.

È vero che sotto molti aspetti l’Iran ha abbandonato molte tradizioni ancestrali per immettersi in un’ottica di rinnovamento e di progresso, ma è anche vero che il peso del passato è talmente forte da rendere improbabile un cambiamento del genere dall’oggi al domani. Ci si rende conto, cioè, che i cambiamenti iraniani sono stati essenzialmente economici, come una sorta di adesione ai princìpi del capitalismo, ma che in campo sociale e umano le cose sono ancora molto indietro.

«Nahid» è pertanto un tentativo in una direzione pericolosa. A quanto ne sappiamo il film ha avuto visibilità internazionale essendo stato presentato al festival di Cannes, ma ha avuto scarsissima diffusione in patria (diremmo per ovvi motivi) al punto da far pensare che Ida Panahandeh potrebbe essere già stata indicata come elemento da tener d’occhio se non indesiderabile.

Poi, potremmo anche parlare dell’andamento del film, che mette sul piatto più argomenti di quanti possa affrontare e che ha un percorso talvolta contraddittorio soprattutto nel distribuire responsabilità tra i personaggi. Che Nahid sia una vittima è cosa evidente, così come che Ahmad sia un incapace tutelato dalla legge e che Massoud sia non abbastanza deciso nel fare i passi necessari ad avviare il cambiamento. Contemporaneamente, però, il modo di procedere dell’autrice mostra una certa difficoltà nel delineare con fermezza il personaggio principale. Nahid, infatti, dà l’impressione di essere una vittima consenziente, quasi adagiata in un fatalismo che la vuole sconfitta in partenza. E, di conseguenza, l’interpretazione di Sareh Bayat oscilla tra la richiesta di solidarietà e la capacità di suscitare sentimenti di insofferenza che ne sono l’esatto opposto.

Lo spettatore si trova perciò nella difficile situazione di non poter parteggiare interamente per la donna nello stesso momento in cui continua a stigmatizzare il comportamento dell’uomo. È indubbiamente difficile calarsi in una realtà di questo genere senza averla mai neanche lontanamente vissuta. Ma è certo che le buone intenzioni di Ida Panahandeh non siano adeguatamente supportate da uno stile sicuro che corrisponderebbe alla certezza di poter raggiungere l’obiettivo.

NAHID (Id.)
di Ida Panahandeh. Con Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammadzadeh, Milad Hasan Pour, Pouria Rahimi.
IRAN 2015; Drammatico; Colore

Nahid
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