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Room

Ispirato a un romanzo di Emma Donoghue e al caso austriaco della famiglia Fritzl, è un film che, rappresentando una situazione estrema difficilmente drammatizzabile, scommette con il mezzo tecnico e con la costruzione della sceneggiatura per rendere il tutto cinematografico.

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Locandina del film

«Stanza» è il luogo che Jack, cinque anni, identifica col mondo. È nato lì, non conosce altri luoghi, sa soltanto che tutto il resto vive nella televisione come fosse un altrove con personaggi non veri. L’unica verità sono lui, Ma’ (sua madre Joy) e Old Nick, che li visita ogni tanto portando cibo e altre cose necessarie e che costringe lui ad andare a dormire nell’armadio. Joy, pur di preservarlo da traumi di qualunque genere, ha fatto il possibile per fargli credere che il mondo sia tutto lì, in quella stanza senza finestre, con un piccolo lucernario che fa intravedere il cielo. È la normalità. Il resto sono favole, come «Alice nel paese delle meraviglie». Almeno fino al momento in cui Joy avverte la possibilità di liberarsi, di fuggire da quella prigionia disumana (perché è evidente che Old Nick l’ha sequestrata, messa incinta e segregata). Allora è necessario che Jack collabori e che, di punto in bianco, si convinca dell’esistenza di un mondo oltre quel muro. Miracolosamente, il tentativo riesce e Joy e Jack tornano alla vita. Ma non sarà un’impresa da poco riconquistarla: per Joy, che l’ha vissuta fino a sette anni prima, e per Jack che non l’ha mai avuta.

È evidente che Room, ispirato a un romanzo di Emma Donoghue e al caso austriaco della famiglia Fritzl, è un film che, rappresentando una situazione estrema difficilmente drammatizzabile, scommette con il mezzo tecnico e con la costruzione della sceneggiatura per rendere il tutto cinematografico. L’autore, l’irlandese Lenny Abrahamson, non è nuovo a storie di solitudine, emarginazione e violenza psicologica. Ne apprezzammo molto «Garage», un po’ meno il paradossale «Frank».

Room può essere considerato un film diviso in due. La prima parte, quella ambientata nella stanza, arriva direttamente al cuore e al cervello limitandosi a rappresentare come normale una situazione abnorme della quale niente ci è celato. Ed è qui che diventa fondamentale il testa a testa tra Brie Larson (Joy) e Jacob Tremblay (Jack) che, un po’ per naturale inclinazione e un po’ perché accortamente guidati, operano uno straordinario lavoro in sottrazione evitando qualunque esasperazione drammatica che avrebbe immediatamente allontanato la verità. Quasi si vorrebbe che il film finisse al momento della liberazione, lasciando il resto a una scritta prima dei titoli di coda o al contributo creativo dello spettatore.

Invece Room diventa un secondo film sul faticoso ritorno alla vita fatto di luoghi comuni, di tematiche appena accennate e prive di profondità, di episodi che finiscono per indebolire la forza della prima parte. Così il rapporto con i genitori di Joy fa l’effetto di un intervento a piedi uniti che allontana subito il padre, incapace di accettare un nipote frutto di una violenza così malsana, e lascia il campo alla madre, che ovviamente si dimostra più comprensiva e propositiva ma senza discostarsi dal cliché della sitcom. Così l’interferenza dei mass media racconta una storia già ampiamente sentita e diversamente approfondita. Così l’intervento di qualunque altro personaggio, sia esso un poliziotto, un medico o il nuovo compagno della madre, è ridotto al rango di comparsa scomoda ma necessaria per dispensare qualche perla di saggezza.

In realtà si percepisce benissimo che, se gli autori si fossero concentrati sullo stupore di Jack di fronte alle cose del mondo che improvvisamente escono dal televisore e gli si propongono reali, il film avrebbe avuto un altro equilibrio e un’altra profondità. Detto questo, in sintesi che Abrahamson ci è piaciuto molto di più quando ha lavorato da vero indipendente, non si può non ribadire tutta la nostra stima ai due protagonisti.

Brie Larson, premiata con l’Oscar, per una misura intaccata soltanto dagli sbalzi della sceneggiatura. Jacob Tremblay, canadese di 9 anni già visto ne «I Puffi 2», per un’adesione incondizionata a un personaggio che vive la prigionia come fosse il migliore dei mondi possibili. I super professionisti Joan Allen e William H. Macy (nonna e nonno) restano indietro.

ROOM (Id.) di Steven Spielberg. Con Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, Sean Bridgers, William H. Macy. CDN/IRL 2015; Drammatico; Colore

Room
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