Al cinema
stampa

Suburra

Ha le potenzialità di un forte film di denuncia sociale, civile e politica ma alla resa dei conti preferisce le vie del noir di periferia perdendosi in un cinema di genere che gradisce più gli eccessi dei ragionamenti e si concretizza in una exploitation di violenza a tutti i livelli che lo ricaccia inevitabilmente in una serie B da poliziottesco.

Percorsi: Cinema
Locandina del film

Sette giorni prima delle dimissioni di Berlusconi da Presidente del Consiglio (12 novembre 2011), Stefano Sollima immagina all’inizio di «Suburra» che Papa Benedetto XVI prenda la sofferta decisione di lasciare il pontificato. Stranamente, Ratzinger è identificato in modo inequivocabile e la sua presenza (sempre di spalle) è riproposta più volte nel corso del film. Di Berlusconi, invece, non si parla. Allora i casi sono due: o Sollima ha voluto prendere a prestito un episodio storico che legittimasse tutto il resto (anche se la tempistica è diversa: le dimissioni sono avvenute nel febbraio 2013 e quando Ratzinger ci abbia pensato lo sa soltanto lui) o ha fatto un po’ di confusione per intorbidare acque già melmose.

Di sicuro c’è un fatto: «Suburra», tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini e sceneggiato, oltre che da Sollima e De Cataldo, anche da Petraglia e Rulli, ha le potenzialità di un forte film di denuncia sociale, civile e politica ma alla resa dei conti preferisce le vie del noir di periferia perdendosi in un cinema di genere che gradisce più gli eccessi dei ragionamenti e si concretizza in una exploitation di violenza a tutti i livelli che lo ricaccia inevitabilmente in una serie B da poliziottesco. Anche se, rispetto al romanzo, è proprio la figura dell’uomo di legge a mancare. Ci sono un onorevole corrotto, un sopravvissuto della Magliana, un bullo di Ostia con ambizioni da boss, una famiglia di zingari potente e pericolosa, un poveraccio pavido e vigliacco che finisce in un giro micidiale.

Niente poliziotti, niente carabinieri. Chissà se si tratta di un’omissione calcolata per rendere l’idea di un labirinto senza uscita. Ma Sollima, che dedica il film al padre Sergio e cui bisogna riconoscere una buona capacità di composizione del racconto e un preciso senso dell’immagine, quali che fossero le sue intenzioni si è lasciato da subito prendere la mano da un cinema sopra le righe (molto sopra le righe) che serve a far capire quanta differenza passi tra un fatto vero e la sua rappresentazione.

L’onorevole Malgradi, appartenente del partito al governo, si concede una notte trasgressiva con due prostitute, una delle quali minorenne. L’eccesso di stupefacenti è fatale per la ragazza, che in qualche modo deve essere fatta sparire. Se ne occupa l’altra, che chiama l’amico Spadino. Questi, a cose fatte, pensa bene di ricattare Malgradi, che a sua volta si rivolge a un compagno di partito per risolvere la cosa. Finisce che Numero Otto, un aspirante boss di Ostia incaricato di spaventare il ricattatore, lo uccide. E siccome Spadino era il fratello di uno zingaro con tanto di clan familiare (Casamonica?), la sua morte innesca una reazione a catena che rischia di sconvolgere i piani del Samurai (leggi Carminati), ultimo sopravvissuto della banda della Magliana molto interessato alla creazione di una piccola Las Vegas sul litorale ostiense, all’approvazione di una legge sulle periferie e quindi a che tutto proceda senza scosse né colpi di testa. Intanto, come annunciano le scritte in sovrimpressione, si avvicina l’apocalisse.

Fatale che torni alla mente «Romanzo criminale», ma ancor più fatale che i destini di «Suburra» si sovrappongano a quelli di «Non essere cattivo» di Caligari, uscito quasi in contemporanea e francamente meno pretenzioso e più approfondito. Nel film di Sollima, invece, si devono anche fare i conti con una tipologia di personaggi poco realistica e molto fumettistica. Se gli attori, soprattutto Pierfrancesco Favino (Malgradi) e Claudio Amendola (il Samurai), fanno il possibile per non uscire dai binari e cogliere sfumature anche imprevedibili, devono comunque arrendersi a una scrittura di maniera che allontana la realtà. «Suburra» (una regione storicamente situata tra il Viminale, il Quirinale, il Celio e l’Appio caratterizzata da abitanti poco raccomandabili) resta un film che parte con molte ambizioni e si ritrova dalle parti del commissario Murri e del maresciallo Giraldi/Monnezza.

SUBURRA di Stefano Sollima.
Con Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano. ITALIA 2015; Drammatico; Colore

Suburra
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento