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Sugar man

Dopo «Sacro GRA», «Sugar Man» è il secondo film che ci costringe a interrogarci nuovamente sul concetto di documentario. Il primo invitava le persone a raccontare e a mettere in scena le proprie storie, il secondo racconta una vicenda in divenire che sotto certi aspetti potrebbe anche assomigliare a un thriller e che alla fine ci parla di scelte di vita in un modo tutt’altro che didascalico o scolastico.

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Locandina del film

Il film di Malik Bendjelloul, presentato al Sundance e poi vincitore dell’Oscar come miglior documentario, ha alcune caratteristiche particolari: è una coproduzione anglo-svedese, ha avuto vicissitudini produttive che hanno portato all’interruzione dei finanziamenti e, di conseguenza, è stato girato in parte in 8 mm e in parte con un iPhone Apple. Questo dimostra come, quando si ha a disposizione un materiale veramente buono, si aguzza l’ingegno in ogni modo per raggiungere il risultato e si può anche ottenere un prodotto tecnicamente imperfetto, presentarlo in giro per il mondo, appassionare il pubblico e ricevere dei riconoscimenti. Se il lavoro è realizzato con un preciso progetto e con la passione necessaria, alle difficoltà tecniche si può passare sopra volentieri.

Il film è costruito come un’indagine sulla figura, avvolta nel mistero, del folk singer di Detroit Sixto Rodriguez, autore nei primi anni Settanta di due album, "Cold Fact" e «Coming from Reality», che negli Stati Uniti non ebbero alcun successo. Ne ebbero invece moltissimo in Sudafrica, dove Rodriguez divenne una sorta di ispiratore artistico della rivolta contro il regime dell’apartheid. Questo il dato iniziale. La ricerca, sulla base di notizie frammentarie e fumose che davano Rodriguez suicida sul palco dopo un ultimo concerto fallimentare (si sarebbe addirittura cosparso di benzina e dato fuoco davanti al pubblico), è condotta da un giornalista sudafricano, Bartholomew, e da un appassionato, Segerman. Il risultato è sorprendente: Sixto Rodriguez vive a Detroit, ha tre figlie e fa l’operaio, continuando a suonare soltanto per proprio divertimento.

In realtà la storia di Rodriguez non finisce qui. Bendjelloul ci fa sapere che nessuno negli Stati Uniti, neanche lui, fosse a conoscenza del successo sudafricano. Quindi, nessuno ha mai saputo dove fossero finiti i proventi delle vendite dei dischi. Rodriguez, però, nel 1998 è stato ufficialmente invitato a tenere concerti a Cape Town con un successo straordinario. Vi è tornato più volte perché per lui il sogno americano si è materializzato quasi trent’anni in ritardo dall’altra parte del globo. Ma, come dice una delle figlie, avendo realizzato un sogno meraviglioso poi ha deciso di tornare a casa e di riprendere il lavoro di operaio per far quadrare i conti familiari. Non esitiamo a dire che la storia di Sixto Rodriguez ha talvolta i contorni della fiaba, ma saldamente piantata in una realtà che tende a sollecitare il risveglio: e il bello è che questo risveglio lui l’ha accettato senza esitazioni pur avendo a portata di mano un cambiamento di status in un paese che lo ha eletto a mito.

Ecco, in questo senso «Sugar Man» è un documento approfondito e francamente emozionante sui meccanismi del successo, sul ridimensionamento del sogno americano (che per continuare ad essere tale deve addirittura emigrare in Sudafrica) e su tutte quelle persone che hanno un sogno, lo coltivano, lo inseguono ma poi, senza diventare disadattati, lo subordinano alle esigenze della vita vera. Incidentalmente, occorre informare che le canzoni di Rodriguez denotano uno spirito ribelle, frequenti riferimenti alla droga, in ugual misura rabbia e tristezza. A quanto pare questo apparteneva a quegli anni in cui tutto ciò equivaleva a prendere una posizione politica. È proprio vero che tutto ciò che non uccide rende più forti.
SUGAR MAN (Searching for Sugar Man) di Malik Bendjelloul. Con Stephen Segerman, Dennis Coffey, Mike Theodore, Dan Dimaggio, Sixto Rodriguez. GB/SVEZIA 2012; Documentario; Bianco e nero/Colore

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