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Timbuktu

È vietato giocare a calcio. È vietato fumare. È vietata la musica. Un divieto dietro l’altro imposto da una sorta di polizia jihadista alla popolazione di Timbuktu, nel Mali. E chi trasgredisce rischia le frustate, il carcere o la morte per lapidazione. Abderrahmane Sissako, nativo della Mauritania, non usa mezze misure per denunciare l’integralismo in «Timbuktu», presentato a Cannes e in corsa per l’Oscar come miglior film straniero.

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Locandina del film

La cosa interessante è che i jihadisti non sono originari del posto. In Mali la lingua ufficiale è il francese, mentre loro comunicano esclusivamente in arabo. Come a dire che l’integralismo non è necessariamente una filiazione interna a ogni stato, ma piuttosto una realtà esterna che mira ad assimilare popolazioni intere e contro la quale è molto difficile opporsi. Se quel che per i nativi era fonte di armonia e serenità e di punto in bianco qualcuno decide che non si tratta più di cose lecite, occorre adeguarsi o soccombere. C’è del coraggio nell’operazione di Sissako, che sa benissimo che le sue riflessioni potrebbero non piacere a qualcuno che avrebbe comunque la possibilità di farlo tacere. Per questo motivo è probabile che l’autore finirà per scegliere la Francia come terra d’adozione (anche se le cronache recenti insegnano che in nessun posto ci si può considerare veramente al sicuro). «Timbuktu» è fatto di episodi alternati e concatenati dal minimo comune denominatore dell’azzeramento della libertà.

In particolare ci si concentra sulla famiglia di Kidane, che vive lontano dal centro abitato in una tenda sulle dune del deserto. La famiglia, composta da Kidane, da sua moglie Satima e da sua figlia Toya, vive in armonia e pace fino al giorno in cui una delle mucche, donata al giovane guardiano Issan, finisce nelle reti del pescatore Amadou che la uccide. Kidane non accetta il sopruso e affronta Amadou uccidendolo. Sarà giustiziato. A margine ragazzi che giocano a calcio senza pallone (la sequenza più bella del film), una coppia convivente lapidata sulla pubblica piazza, quaranta frustate inflitte a un suonatore di chitarra e la fuga disperata di Toya per sfuggire a un destino segnato.
«Timbuktu» alterna episodi duri e impressionanti ad altri (l’anziana pazza che gira con una gallina in braccio e si mette davanti alle macchine in strada) più difficili da inquadrare e interpretare. E, ferma restando la sua ottima intenzione di parlare dall’interno di una verità che si è più portati ad applicare soltanto ai rapporti con noi infedeli, mostra una tendenza non dominante ma precisa a racchiudere il tutto in una confezione di esemplare nitore formale laddove sarebbe forse stato necessario qualche attacco più diretto alla sensibilità del pubblico per rendere tutto più credibile.

Non stiamo invocando la trascuratezza formale: ma se «Timbuktu» si fosse lasciato un po’ andare a qualche ruvido gancio nello stomaco, il risultato sarebbe stato più di un bel film, un film vero, giusto e preoccupato unicamente di denunciare invece di racchiudere tutto in un contenitore troppo rassicurante nella sua riconoscibilità. A memoria, diremmo che «Lebanon» di Samuel Maoz e «Sotto le bombe» di Philippe Aractingi rappresentano il nostro ideale di forma giusta per il contenuto scelto.

Sissako, cui vanno riconosciuti molti meriti come coraggio, potere di sintesi, idee chiare e gran direzione di attori, ha forse sbagliato nel voler raccontare una storia che desse sempre l’idea di una storia raccontata invece che di un documento senza se e senza ma. Così facendo, naturalmente, ha guadagnato il mercato internazionale, la visibilità e la logica conseguenza della nomination all’Oscar. Però ha perso un po’ di vigore, di indignazione e di ardente desiderio di cambiamento. Va da sé che in casi del genere accontentarsi è non solo obbligatorio, ma addirittura doveroso.
TIMBUKTU (Le chagrin des oiseaux) di Abderrahmane Sissako. di Abderrahmane Sissako. Con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi. FRANCIA/MAURITANIA 2014; Drammatico; Colore

Timbuktu
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