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Un ragazzo d'oro

Dal 2006 ad oggi sono cinque i film di Pupi Avati che hanno affrontato direttamente il rapporto con la figura paterna: «La cena per farli conoscere», «Il papà di Giovanna», «Il figlio più piccolo», «Il bambino cattivo» e adesso «Un ragazzo d’oro».

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Locandina del film

Mentre prima era sempre stata data più rilevanza alla madre, che nella vita dell’autore è stata una presenza costante e mai marginale, adesso Avati ha avvertito la necessità di andare alla ricerca della figura che nella sua vita è mancata. Suo padre Angelo, infatti, morì nel 1950 in un incidente stradale, quando Pupi era dodicenne. E si può capirlo quando afferma che la mancanza è emersa fuori dell’infanzia e dell’adolescenza, in età più adulta. «Un ragazzo d’oro», dei cinque, è il più diretto, complesso, psicanalitico e (per l’autore) coinvolgente. Ma non è il più riuscito, per tutta una serie di motivi che magari non saremo neanche in grado di chiarire. Il soggetto è stato scritto da Pupi e Tommaso Avati, padre e figlio, che già avevano lavorato insieme ne «Il bambino cattivo».

In questo, più che in quel film, la motivazione sembra risiedere nella necessità di avere un controcanto generazionale molto vicino anche geneticamente. Quel che manca, però, è la fluidità del racconto, quel tanto di verità che impedisca di considerare i dialoghi semplici battute pronunciate da un gruppo di attori e, per una volta, l’astrazione dal reale che ha sempre contraddistinto l’autore anche nei suoi film sul presente. «Un ragazzo d’oro» interessa, colpisce anche duramente, lascia intravedere una fatica compositiva che deve aver prodotto anche qualche sofferenza. Ma non coinvolge.

Davide Bias, che sogna di fare lo scrittore ma è limitato dal fatto di saper scrivere soltanto racconti, lavora in pubblicità a Milano. La notizia della morte del padre Achille in un incidente automobilistico lo costringe a tornare a Roma per essere vicino alla madre. A Roma, però, svariati indizi lo portano alla scoperta di un padre che proprio non conosceva e che forse avrebbe meritato qualche attenzione in più. Ludovica Stern, che dirige una casa editrice, gli chiede di trovare l’autobiografia che Achille stava scrivendo e, se necessario, di completarla. Davide rifiuta, ma cambierà idea al punto da scrivere ex novo un libro che forse non c’è e da immedesimarsi nella figura paterna al punto da andare incontro a un crollo nervoso.

Il problema di Avati nella stesura della sceneggiatura e nella realizzazione del film è di essersi trovato contemporaneamente nel ruolo del padre e in quello del figlio. Il figlio alla ricerca di una non facile verità sul padre, il padre nella sua ansia di lasciare ai figli qualcosa di più di un’eredità materiale. Il processo psicanalitico è complesso, più di quello che nel film porta Davide a identificarsi in Achille. E un tale processo, con tutta probabilità, ha causato una sorta di azzeramento della poesia che trasforma il film in una cartella clinica che ci resta un po’ distante. È evidente, ad esempio, che tutti i personaggi esistano in funzione di Davide e delle sue reazioni emotive, che non abbiano cioè una vita propria lontana da lui. Ciò porta Riccardo Scamarcio a un superlavoro che non sempre è in grado di gestire e che in qualche circostanza favorisce la sottomisura di Sharon Stone e di Giovanna Ralli. Una cosa è certa: un padre sceneggiatore di filmacci indagato da un figlio che finirà per scoprire una realtà ben diversa capace di sconvolgerlo è sicuramente un argomento che sta molto a cuore a Pupi Avati e che va ben oltre il dato cinematografico. Gli sta a cuore al punto da indurlo a rileggere il proprio stile rischiando l’accusa di scivolare verso la fiction dagli stessi che fino a ieri lo accusavano di fare sempre lo stesso film. Comunque sia, il posto che occupa nel cinema italiano non glielo può togliere nessuno.
UN RAGAZZO D’ORO di Pupi Avati. Con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli, Osvaldo Ruggieri, Tommaso Ragno. ITALIA 2014; Drammatico; Colore

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