Commento al Vangelo
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Chi si sottrae all'invito del «buon pastore»

Domenica 17 aprile - IV DOMENICA DI PASQUA. «Alle mie pecore io do la vita eterna»

Parole chiave: Vangelo (501)

Una delle tensioni che emergono nella liturgia di questa domenica, detta «del Buon Pastore» per il tema del Vangelo che ricorre ogni anno, è quella fra vicinanza e allontanamento. Nessuno può rapire le pecore dalla mano di colui che le conduce alle fonti della vita, Gesù pastore ed Agnello, anzi pastore perché Agnello (Ap 7,17, 2° lettura), nessuno può rapirle dalla sua mano perché è la mano del Padre, con il quale Cristo è una cosa sola.

Nel capitolo 10 di Giovanni vi sono due quadri con il tema del pastore: in questo secondo quadro (versetti 27-30), a differenza del primo (versetti 11-18), non c’è alcun «lupo», che può rapire e disperdere le pecore. Come molte volte è ribadito nella Scrittura, la chiamata di Dio, il suo invito è irrevocabile, egli non viene meno al suo patto (cfr. Rm 11.29). Sappiamo, però, che possibile sottrarsi a questa relazione, la resistenza all’annuncio evangelico è narrato dal brano di Atti 13,43-52 (1ª lettura). Vale la pena soffermarsi sul fatto che non si tratta dei Giudei in quanto tali che si sottraggono a quest’invito. Non si tratta semplicemente della sostituzione di una alleanza con una nuova; si tratta di un cammino, di un passaggio (o «Pasqua») al quale ogni uomo è invitato, come direbbe Paolo «prima il Giudeo poi il Greco» (cfr. Rm 2,9).

Ed infatti nel brano di Atti ci viene detto che molti Giudei e proseliti accolgono con gioia la predicazione e invitano gli apostoli a tornare il sabato successivo. In quell’occasione alcuni Giudei si oppongo a Paolo ma non tutti. Chi fa sottrarre alcuni all’incontro con Cristo non è tanto l’appartenenza a un popolo o a una tradizione religiosa, ma la confidenza riposta in tale appartenenza, realtà trasversale che non riguarda solo i giudei. Sono le donne pie che iniziano l’opposizione (come pii erano i proseliti descritti al versetto 43, il termine è lo stesso), ma una «pietas» o una devozione sganciata da un rapporto vitale con Cristo è inutile e dannosa. 

La religiosità non è affatto un valore buono per tutte le stagioni, a volte può trasformarsi in un inciampo. È vero che spesso nella storia le persecuzioni sono nate in odio alla religione, ma altre volte sono state promosse da essa, con un ruolo impersonato da attori di varie tradizioni  in un arco di tempo che dall’era apostolica arriva fino ad oggi.

La tentazione, specie se si è maggioranza, di imporre i propri valori agli altri è sempre all’opera. Perfino tradizioni di altissimo valore spirituale e culturale sono cadute in questo tranello, come il cristianesimo dei conquistadores o delle guerre di religione in centro Europa, dei pogrom contro gli ebrei, ma anche quelle alla base delle azioni degli estremisti ultraortodossi ebrei, indù, e islamici che, spesso, sono mosse da pie motivazioni, anche quando producono frutti di morte.

Gli apostoli se ne vanno lieti, scuotendo la polvere dei loro sandali sulla pietas dei loro avversari, mostrandone l’inconsistenza. La vita batte ormai da un’altra parte, il re è nudo. E un Agnello e pastore guida una miriade di popoli alle fonti della vita.

*Cappellano del carcere di Prato

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