Commento al Vangelo
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Corpo e sangue di Gesù, mangiare e bere la vita

Domenica 22 giugno - CORPUS DOMINI. «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda».

Parole chiave: Vangeli (8)

Le parole che Gesù, oggi, dice al nostro cuore e alla nostra vita sono parole di intimità. E mi stupiscono! Dio, il creatore del cielo, della terra e di tutto l’universo, colui che soffia la vita in ogni essere vivente, ha nostalgia dell’uomo. E sceglie di stare per sempre con lui. Gesù parla alla folla (cfr. Gv 6,22.24). Parla a tutti, senza distinzione alcuna, e annuncia che lascerà la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda che doneranno la vita a chi ne mangerà e ne berrà.

Mangiare la carne di Gesù, significa vivere per lui. Bere il suo sangue, significa restare in lui, e che lui resta in noi (cfr. 6,56-57). Restare. Come è difficile «restare», in questo tempo di incertezze, fragilità, paure! Ma quanto bisogno c’è di restare! Quanto desiderio c’è di essere accolti in un cuore, di essere visti, conosciuti, amati! Di restare dentro una relazione, dentro una scelta, dentro una situazione difficile! E quanto desiderio di una vita senza fine, di un sogno che duri nel tempo, di legami che non si spezzino! Eppure, ci scopriamo incapaci di ciò che desideriamo. Ascoltiamo il vangelo, ma non percepiamo lo straordinario racchiuso nella semplicità e piccolezza dei gesti e delle parole di Gesù. Non toccano la nostra vita, non la trasformano realmente.

Che cosa sono la carne e il sangue di Gesù, se non il regalo col quale Dio ci dona di saziare la nostra fame più profonda, le nostre seti più ardenti? Ci chiede di ascoltare la nostra fame e la nostra sete e di scorgere in esse un piccolo seme del divino che il Creatore ha posto in noi. Per fare crescere questo seme, dobbiamo mangiare e bere la vita. E questa vita è nella carne e nel sangue del Figlio di Dio! Che sono capaci di far scorrere in noi sangue divino: ci donano i suoi sogni, il suo pensiero, il suo stesso sguardo sul mondo. La sua luce, la sua passione per la vita, per le persone. E, così, scopriamo che siamo creature, fatte per lasciarsi abbracciare dal Creatore. Per essere amati da Lui. Credo che questo gesto di Gesù, il dono della sua carne e del suo sangue, sia una vera rivoluzione: è il dono di sé che egli fa sulla croce e che diventa la sorgente di ogni comunione (cfr. 1 Cor 10,17). Perché con questo gesto ci insegna ad amare con tenerezza e radicalità. Si lascia mangiare per essere nostro, e noi suoi. E dopo aver assunto la nostra carne, ci dona la sua. Chi di noi avrebbe scelto una via così poco «razionale»? Gli innamorati, però, scelgono sempre vie strane, impensabili.

Il piccolo principe, tenero e indimenticabile protagonista del famoso romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, incontra una volpe che gli chiede di essere da lui addomesticata. E lui: «Che cosa vuol dire addomesticare?». La volpe gli risponde: «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ’creare dei legami’...». Il piccolo principe non capisce: «Creare dei legami?». «Certo», dice la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. (...) Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. (...) È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa...».

Con il suo sangue, Gesù ci ha «addomesticati»: siamo diventati suoi, e lui nostro. Con la forza del suo sangue, possiamo imparare a stringere legami che non rendono schiavi, ma liberano. Con il suo aiuto, possiamo accettare le fatiche della vita come via verso una amore più puro, più schietto. E quando anche a noi sarà chiesto di «versare il nostro sangue» per l’altro, comprenderemo che l’altro è un aiuto per liberarci dai nostri egoismi ed è la via sicura verso la pienezza. Siamo responsabili di chi fa parte della nostra vita. E abbiamo bisogno di appartenere a qualcuno. Abbiamo bisogno di «dare la vita» per qualcuno. Se ne faremo l’esperienza, scopriremo che nel perdere noi stessi, ci ritroveremo. Saremo più leggeri, più vivi. E a chi ci domanderà: «Cosa ci guadagni?», potremo rispondere come la volpe: «Ci guadagno...il colore del grano».

Suor Mirella Caterina Soro

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