Commento al Vangelo
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Cosa ci insegna il «Padre nostro»

Domenica 24 luglio. XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - «Quando pregate, dite...»

Parole chiave: Vangelo (501)

Uno degli aspetti più singolari della Bibbia, che può lasciarci interdetti e che però testimonia che davvero essa è parola di Dio e non un componimento frutto della saggezza umana, è il fatto che essa non teme di presentare alcuni protagonisti come più saggi, aperti, magnanimi, di Dio stesso. Un esempio lampante è il dialogo fra Abramo e Dio nella prima lettura (Gn 18,20-32), un brano davvero meraviglioso sotto ogni punto di vista, anche letterario, con questa schermaglia nella quale l’uomo, polvere e cenere, ha il coraggio di tener testa all’Onnipotente. Sembra di assistere a una contrattazione in un mercatino mediorientale dove il venditore e il cliente cercano vicendevolmente di strappare le migliori condizioni di vendita. Con la differenza che il bene conteso non è un tappeto, un vaso o un gioiello, ma la sopravvivenza di una città.

La grandezza di Abramo sta in questo, aver compreso prima di Dio stesso! che la Sua gloria è l’uomo vivente, e il perdono la massima manifestazione della sua giustizia, certo anche per riguardo ai pochi giusti che potrebbero esserci. Ma, come notano molti esegeti, il numero minimo, sotto il quale Abramo non sa o non può andare è dieci, cosa che non permetterà a Sodoma di scampare al suo destino, mentre solo con Cristo, unico e vero Giusto, il perdono si riverserà sull’umanità perché il suo «documento di condanna» è stato semplicemente «tolto di mezzo, inchiodandolo alla croce» (Col 2,14).  Ciò non toglie che questa pagina di Genesi sia un passaggio fondamentale per la maturazione del credente. Infatti, se anche in questo «tira e molla» fra Abramo e Dio, è il primo che rilancia il confronto, è pur vero che questa è un’esperienza che ha la finalità di far maturare proprio Abramo e la sua discendenza in un rapporto più autentico con Dio, che si adatta a far da spalla in questa rappresentazione. 

Sarà lo stesso con Mosè quando Dio addirittura lo tenta, proponendogli una discendenza «ad personam», di lasciar perdere il popolo dalla dura cervice che si sta continuamente ribellando nel deserto (cf. Es, 32,7).  Mosè però ribatte con un «aut-aut»: o perdoni a tutti oppure cancella anche me dal tuo libro (cf. Es 32,32), altro esempio in cui un uomo sembra essere più grande di Dio e Lui che accetta di farsi battere in questo, sempre perché Mosè e il suo popolo possano sperimentare il suo perdono.

Non sarà sempre così: alle volte l’uomo prende così confidenza con questo Dio così intransigente, che si attrezza a dar lezioni di intransigenza a sua volta. Allora Dio non ci sta e svela le sue carte: a Giona arrabbiato per l’eccessiva condiscendenza dell’Onnipotente nei confronti di Ninive, Egli dice chiaramente: «Ti sembra giusto essere arrabbiato così?» (Gn 4,4). Riprende il dibattito e il tira e molla, stavolta a parti invertite. Dio accetta di prendere lezioni di misericordia da Abramo e Mosè, ma non di giustizia da Giona. Tanto Egli sa benissimo come stanno le cose, piuttosto è l’uomo che deve imparare. Ed ecco perché nella preghiera del Padre nostro (Lc 11,1-13) vi sono solo richieste di cose che Dio già fa: instaurare il regno, donare il pane quotidiano, perdonare i peccati, e  una che però dobbiamo imparare a fare noi: perdonare a nostra volta ogni nostro debitore.

*Cappellano del carcere di Prato

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