Commento al Vangelo
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Dio ci affida la sua vigna

5 ottobre - 27ª Domenica del Tempo Ordinario. «Darà in affitto la vigna ad altri contadini».

Parole chiave: Vangelo (501)

La storia che Dio costruisce con noi, ogni giorno, è una storia di fiducia, di pazienza, di salvezza. Il vangelo ci mostra il cuore del Padre che si prende cura della sua creatura nei dettagli. La parabola dei vignaioli è il Suo ritratto. Il racconto della sua premura e della sua tenerezza. È un Dio che con cura prepara la sua vigna: la circonda con una siepe, vi scava una buca per il torchio e costruisce una torre (cfr. Mt 21,33). Tutto è pronto. Ora può affidare il suo sogno all’umanità. Può mettere ogni cosa nelle sue mani. E attenderne i frutti. Ognuno è responsabile della vigna, ognuno è chiamato a lavorarla con la propria creatività. L’uomo della parabola, infatti, la affida ai contadini e poi «se ne andò lontano» (Mt 21,33). Dà loro fiducia e spazio. Si esime dal controllarli. La fiducia è sorgente di vita e di crescita. Vale la pena darla, anche se sarà tradita.

Il padrone, però, si attende dei frutti (cfr. Mt 21,43). È il patto dell’amore: la fiducia che ti è data deve essere feconda. Egli, dunque, manda i suoi servi a raccogliere i frutti della vigna. Ma i vignaioli bastonano il primo, uccidono il secondo e lapidano il terzo. Trattano allo stesso modo anche gli altri servi che il padrone si ostina a mandare. Quando l’uomo non ha fiducia in Dio, Dio continua a credere nell’uomo. Non si arrende. Lo aspetta. Noi, invece, non abbiamo il coraggio della fiducia. Della fedeltà. Eppure, l’amore è eterno, perché l’amore è Dio! E Dio, che è fedeltà, non può contraddire se stesso. Il problema dell’uomo, però, è la paura. Egli teme il seme divino che lo abita. Ha paura di lasciarlo germogliare e crescere. Di vederne i frutti e di donarli.

Da ultimo, il padrone manda il proprio figlio. E pensa tra sé: «Avranno rispetto per mio figlio!» (Mt 21,37). Ma i contadini sanno che il figlio è l’erede e decidono di toglierlo di mezzo: «Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!» (Mt 21,38). Dio considera fatto a se stesso ciò che facciamo ai suoi servi. In particolare, poi, Egli desidera che arriviamo a Lui attraverso il Figlio. Perché è Lui la Via. È Lui la verità. Lui è la Vita!

Il Padre trasforma in bene anche l’ultima ribellione dell’uomo al suo amore. E la frase dei contadini diventa una inconsapevole profezia. Essi dicono: «Avremo noi la sua eredità!» (Mt 21,38). Sì, realmente l’umanità, che non ha accolto Cristo e lo ha messo in croce, ha avuto, in cambio, la Sua stessa eredità. Davvero sulla croce Gesù ci ha amati fino alla fine, rendendoci suoi fratelli e veri eredi del Padre.  Dio costruisce il suo regno solo attraverso pietre di scarto (cfr. Mt 21,42). Finché ci sentiamo altro, non abbiamo in noi la vita. Non abbiamo ancora conosciuto noi stessi e Lui. Essere pietra di scarto significa essere i poveri che Dio ama e sceglie (cfr. Gv 15,16). Significa aprire il cuore a pensieri e gesti di amore e rinunciare al nostro egocentrismo. Significa sentirsi figli e fratelli.

Chi vive da figlio, fa esperienza di una preghiera continua (cfr. Fil 4,6). Dà fiducia, perché sa che ogni giorno riceve fiducia. Perdona, perché è oggetto continuo della misericordia di Dio. La pace di Dio custodisce il suo cuore e la sua mente. Oggetto dei suoi pensieri è la bellezza, che si esplicita in tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, in ciò che è virtù e merita lode (cfr. Fil 4,7-8). Questa bellezza attrae gli altri e li porta nel cuore di Dio. L’evangelizzazione, infatti, è questione di contagio. Di attrazione. Così è per i missionari che partono in terre lontane ad annunciare il vangelo. Li avete mai osservati? I loro volti, i loro sguardi, le loro mani, prendono il colore e il profumo della loro gente. Si sono fatti poveri con i poveri, per portare ognuno nel cuore di Dio. Si sono fatti sorriso di Dio per i fratelli.

L’amore è fedele e tenace. È sempre vittorioso. Così Santa Teresina, patrona delle missioni: «Il mio amore non era stato recepito, lo sentii, ma decisi di non mendicare un affetto che mi veniva negato. Tuttavia il Signore mi ha donato un cuore così innamorato e sensibile che, quando ha voluto bene autenticamente una volta, vuol bene per sempre; così continuai a pregare per quella mia compagna e le voglio ancora bene» (S. Teresa di Lisieux). Essere missionari significa amare ostinatamente, come ama il Padre del cielo. Significa sperimentare la sua tenerezza, vivere della sua fedeltà. E scoprire in questo germoglio di amore che cresce nel nostro cuore un seme di eternità. Una Presenza silenziosa che ci abita. Un  respiro che ci fa vivere della stessa vita di Dio. E che guarisce i nostri fratelli.

Suor Mirella Caterina Soro

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