Commento al Vangelo
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Dio ci offre un anno in più per convertirci e dare frutti

Domenica 28 febbraio - III DOMENICA DI QUARESIMA. «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».

Parole chiave: Vangelo (502)

L'esigenza della risposta alla Parola e agli interventi di Dio nella nostra vita diventa radicale ed urgente con Gesù, che è la Parola definitiva del Padre e il Dono incommensurabile del suo Amore. L’evangelista Luca lo sottolinea, con la pagina di questa domenica, con due strumenti: la cronaca e la parabola.

Al centro due drammatici episodi di cronaca. Il primo: viene riferita a Gesù la repressione brutale della polizia romana all’interno del tempio, su ordine di Pilato: alcuni galilei sono stati uccisi nel tempio con il massimo della contaminazione: la mescolanza del loro sangue con quello dei sacrifici.

Si presentarono alcuni a riferire a Gesù questo fatto, perché egli prenda posizione contro i dominatori romani. Perché Gesù non prende posizione? Le strutture oppressive sono generalmente piantate saldamente con la forza schiacciando chi si oppone. Qualcuno pensa che per rovesciarle si possa fare ricorso alla violenza. Quasi sempre l’uso della forza non risolve i problemi, ma ne aggiunge altri moltiplicando le vittime. Il pensiero oggi va spontaneamente alla Siria e alla rivolta che è in corso.

Il Signore non è indifferente dinanzi ai problemi, ma l’aggressività, la vendetta, l’odio non servono e quasi sempre aggravano la situazione. Gesù non sfugge al problema, ma propone una soluzione diversa: è inutile illudersi che possa cambiare qualcosa semplicemente sostituendo coloro che detengono il potere. Se i nuovi arrivati non hanno un cuore nuovo, se non seguono una logica diversa, tutto rimane come prima. Sarebbe come cambiare gli attori di uno spettacolo senza modificare il testo che devono recitare. Ecco la ragione per cui Gesù non aderisce all’esplosione collettiva di sdegno contro Pilato. Egli invita alla conversione, propone un cambiamento di mentalità... 

Il secondo episodio viene ricordato da Gesù stesso: il crollo della torre di Siloe aveva provocato diciotto vittime. L’opinione corrente era che i morti ammazzati, come pure le vittime di catastrofi naturali o accidentali, fossero responsabili del loro male: erano peccatori e giustamente Dio li puniva. Gesù ribalta il giudizio: questi morti non erano né più «peccatori», né più «colpevoli» degli altri. Essere scampati ad una disgrazia, essere usciti incolumi da un disastro non ci dà assicurazioni dinanzi a Dio. Chi ci mette al sicuro dinanzi a Dio è soltanto la conversione della nostra vita. «Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo». Una conversione che Dio sollecita e per la quale Egli è in trepida attesa.

Ecco la parabola del fico che non fa frutti ormai da tre anni. Il padrone ha ragione di dire al vignaiolo: «Taglialo». Ma quel vignaiolo che è Gesù conosce bene il cuore di Dio e dice: «Lascialo ancora quest’anno».

Il cuore di Dio è più grande del nostro stesso cuore e conosce ogni cosa (1Gv.3,19-20).

Ecco perché accetta di buon grado la contrattazione di Abramo per salvare Sodoma e Gomorra. Ecco perché manda Giona a predicare a Ninive, città pagana, «gente che non sa distinguere fra la mano destra la sinistra» e Giona non vorrebbe compiere la missione, perché sa che Dio è troppo buono: «un Dio misericordioso e pietoso, longanime, di grande amore e che si lascia impietosire riguardo al male minacciato».

Ed ecco perché Dio non solo dilaziona al suo servo la restituzione di un gigantesco debito (diecimila talenti), ma addirittura glielo condona interamente e subito.

Il tempo della Chiesa - questa «pienezza dei tempi» - è un tempo di proroga per ancora «zappare intorno», «mettere il concime», per vedere se il fico porta frutto. È quanto Gesù domanda a noi nella comunità cristiana e nel mondo che noi conosciamo.

*Cardinale

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