Commento al Vangelo
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«Effatà»: così Gesù apre occhi e orecchi

Domenica 6 settembre - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Fa udire i sordi e parlare i muti».

Parole chiave: Vangelo (537)

Gesù guarisce un sordomuto o, più esattamente, un sordo che parla a fatica, che si esprime in modo disarticolato e incomprensibile.

Per il profeta Isaia (35,5-6), sordo-balbuziente è il popolo d’Israele. Ma il malato presentato a Gesù, essendo un pagano, rappresenta ogni uomo che non ha incontrato Cristo e insieme ogni uomo duro d’orecchi rispetto alla parola di Dio.

Siamo in pieno territorio della Decàpoli e quindi  in una terra pagana e questo dice con chiarezza che Gesù  apre il campo della rivelazione a tutta l’umanità ed è presente anche là dove lo immaginiamo assente.

Il Signore Gesù, il Salvatore degli uomini, è presente in tutte le «terre dissacrate», in tutte le «situazioni bruciate dal peccato».  Egli è presente anche in quella parte di noi stessi che è ancora pagana: è presente in quella  Decàpoli che tutti ancora abbiamo nel cuore. 

Il sordomuto  è condotto a Gesù dagli altri e sono gli altri a pregare per lui. Quanto è importante che ognuno di noi si faccia carico dei bisogni altrui e diventi la mano che conduce e la voce che implora! E come dobbiamo ringraziare per i fratelli e le sorelle, che ci conducono a Cristo e pregano per noi!

Gesù  non opera miracoli-spettacolo, per questo prende il sordomuto da parte, lontano dalla folla, e realizza  la difficile mediazione fra la discrezione (contro ogni  mondana pubblicità e ogni forma di propaganda)  e l’offerta di un aiuto efficace.

I due contatti fisici (orecchi e lingua) formano l’introduzione per uno sguardo al Padre (ogni miracolo che Gesù compie è un’azione del Padre attraverso di lui): guardando verso il cielo emise un sospiro: questo sospiro  suggerisce una interna pienezza di Spirito Santo.

E disse: «Effatà», cioè «Àpriti».  Una parola, che è segno per la  guarigione fisica, ma, ancora di più, operazione di grazia, segno e promessa di grazia  per Israele e per l’umanità. Il gesto di toccare gli orecchi con un po’ di saliva e soprattutto la famosa parola aramaica «Effatà» vengono ripetuti ad ogni battesimo. In ogni battesimo è consegnata  la gioia non solo di essere chiamato, ma di essere realmente «figlio».

Sant’Efrem commenta: «Il sordomuto guarito dal Cristo sentì le sue dita di carne toccargli le orecchie e la lingua. Ma quando la sua lingua si sciolse e le sue orecchie si aprirono, attraverso quelle dita accessibili ai suoi sensi,  egli raggiunse la divinità inaccessibile. Lo stesso artefice del suo corpo era venuto a lui; l’aveva trovato sordo, e con voce dolce, senza il minimo dolore, gli aveva aperto le orecchie; e subito dalla sua gola occlusa, incapace di far passare la voce, era sgorgata la lode di colui che con una parola l’aveva guarito».

La finale del racconto evangelico - non dirlo a nessuno -  evoca ancora una volta il cosiddetto «segreto messianico». Esso ha la funzione di evitare entusiasmi inopportuni e fraintendimenti  e conduce il discepolo a cogliere progressivamente il mistero profondo che si nasconde proprio in questo uomo straordinario e imprevedibile che è Gesù di Nazareth.  

Ma il «segreto» è destinato a sfociare nella «proclamazione» che si concretizza nelle  parole che, pieni di stupore, tutti ripetono: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Proclamazione ancora imperfetta e provvisoria, ma che anticipa la professione di piena fede della comunità cristiana impersonata dal centurione ai piedi della croce: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).

* Cardinale

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