Commento al Vangelo
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Gesù cammina sul mare

Domenica 13 agosto - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Egli andò verso di loro camminando sul mare»

Assistiamo, nella liturgia di oggi,  a una strana «inversione di marcia» rispetto all’approccio alla lettura della Bibbia che vede in essa uno sviluppo, un progresso che va dall’ Antico al Nuovo Testamento, dall’incompletezza verso la completezza, e senza dubbio  in generale è così. Ma quest’oggi è singolare confrontare la prima lettura (1Re, 19,9-13) ed il Vangelo (Mt 14, 22-33). L’esperienza di Elia e degli apostoli è curiosamente invertita: il profeta compie un notevole salto di qualità nell’esperienza dell’incontro con Dio che non trova più nelle manifestazioni terrificanti della natura il suo apparato simbolico, come dice il Salmo: «Il Signore tuona sulle acque,il Dio della gloria scatena il tuono» (Sal 28,3) bensì nella brezza leggera, che giunge come un soffio ristoratore della calura della giornata. Non è un cambiamento di poco conto questo distaccarsi dalla natura come ambiente principale della manifestazione di Dio per aprirsi ad altre modalità.

Invece nel brano evangelico sembra di ritornare alla percezione della presenza divina nelle manifestazioni della natura, che Egli domina e dirige. È anche vero che questa signoria di Cristo ha come frutto il ritorno alla pace, quindi non è tanto la tempesta che lo manifesta quanto la sua cessazione, è comunque vero che il fascino dei cieli che «narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento» (Sal 18,2) permane anche nella nostra vita. E certo non vi è nulla di male in questo, comunque è sempre bene tener cara l’esperienza di Elia come un percorso aperto ad ognuno per superare le categorie e le interpretazioni troppo strette riguardo a Dio, che rimane comunque colui che ci sorprende sempre. Vi è anche un’altra inversione interessante che troviamo nella seconda lettura (Rm 9, 1-5), laddove Paolo esprime il suo desiderio di essere anatema se questo potesse servire all’accesso dei propri fratelli alla pienezza del rapporto con Cristo.

Anche questo sembra un’assurdità: quale bene migliore rispetto all’unione con Cristo, cosa uno potrebbe augurarsi? Come pensarsi separati da Lui a beneficio di qualcun altro? Si rasenta l’assurdità, l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere il cammino faticoso del credente per raggiungere l’eterna salvezza. Eppure Paolo sarebbe pronto a mettere in gioco anche questo. Egli sa bene, perché lo ha annunciato a sua volta, che niente «potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù» (Rm 8,35) e perfino nella condizione paradossale di essere anatema per i fratelli potrà trovarsi unito a colui che ci ha riscattati «diventando lui stesso maledizione per noi» (Gal  3,13). Ancora una volta il rapporto con Dio si apre a percorsi ed esperienze impensati.

*cappellano del carcere di Prato

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