Commento al Vangelo
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«Gesù maestro, abbi pietà»

13 ottobre, 28ª Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo di Luca 17,11-19 «Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?»

Parole chiave: Vangelo (501)

Per esigenze tipografiche, come sempre, scrivo il commento al brano di vangelo la settimana prima che voi, lettori, lo leggiate. Ciò non mi permette di essere aderente agli avvenimenti appena accaduti, ma, quando è il caso, devo riferirmi a eventi passati. Oggi, domenica 6 ottobre, non posso fare a meno di riferirmi ai due «eventi» vissuti nella settimana passata: la visita del Papa ad Assisi e la tragedia del mare di Lampedusa. Eventi diversissimi tra di loro ma, nonostante questo, collegati. Il primo evento ci ha aperto il cuore alla speranza perché ci ha detto in modo concreto che lo spirito del Poverello di Assisi soffia ancora nella Chiesa. Anche la tragedia accaduta nel mare di Lampedusa tocca il cuore ma, ferendolo fino alle lacrime. Come leggere questi eventi alla luce della Parola che oggi è proclamata nella celebrazione eucaristica? Soprattutto il brano di vangelo ha qualcosa da dirci in merito? A me pare proprio di sì. Il collegamento tra il brano di vangelo e i due eventi sopra ricordati, lo colgo nelle parole con le quali i dieci lebbrosi si sono rivolti a Gesù: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!».

Chi è il lebbroso? Un uomo «sfigurato», con la carne a brandelli, impossibile a guardarsi. Così ripugnante da essere costretto ad aggirarsi come un fantasma fuori degli abitati, perché le persone «sane» non dovevano vederlo né, tanto meno, toccarlo, altrimenti avrebbero acquisito la stessa impurità. La fortuna del lebbroso era di sentirsi guarito e di trovare un sacerdote del tempio che certificasse la guarigione. Il sacerdote, evidentemente, non era un medico, come d’altronde la lebbra non era considerata una malattia, bensì un segno di peccato, un’impurità e, per questo, la guarigione doveva essere certificata da un sacerdote.

E noi chi siamo? Non siamo, forse, uomini sfigurati che hanno cancellato dal loro viso i lineamenti del volto del Padre? In modo particolare noi cristiani, non abbiamo sfigurato l’immagine di Cristo impressa nei nostri cuori e nella nostra vita dal battesimo? Che fortunati, però, i lebbrosi e noi! Pure noi, come i lebbrosi, abbiamo incontrato nel cammino della vita Gesù e possiamo chiedergli di «rifarci il volto» stupendo di figli di Dio come il suo, di Lui che ha amato fino alla fine, facendosi «lebbroso» per noi! Questo accadde a San Francesco circa ottocento anni fa. Oggi Papa Francesco, nel suo farsi pellegrino ad Assisi, lo chiede per tutta la Chiesa, per ogni cristiano perché ogni battezzato è Chiesa. Papa Francesco è convinto che solo una Chiesa che viva «francescanamente», possa essere segno di speranza per gli uomini, come, si chiede in una preghiera eucaristica: «Donaci (Padre), occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli: infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi: fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo». (Preghiera eucaristica V/d).

«Gesù, Maestro, abbi pietà». Abbi pietà di noi che abbiamo sfigurato il tuo volto in noi e nei fratelli. Infatti, non è forse vero che non lo riconosciamo nel volto di quanti, a causa di guerre fratricide, si allontano dai loro Paesi nella speranza di trovare un volto amico che li accolga e dia loro fiducia di poter vivere una vita meno disperata di quella vissuta nel loro paese? Invece, …appena lasciata la frontiera del loro paese, si trovano immersi nella «notte» più profonda della disumanità criminale degli scafisti e dell’indifferenza attendista, altrettanto omicida, del resto del mondo… Quale la causa di tutto questo? L’egoismo! L’egoismo, infatti, ci sfigura il volto molto più della lebbra, tanto è vero che ci rende capaci di fare le cose più brutte a danno, soprattutto dei fratelli più disgraziati di noi. La prima e la peggiore delle cose brutte, è la guerra che fa dell’altro un nemico da abbattere in ogni modo. Un’altra delle cose brutte che ci porta a fare l’egoismo, è l’indifferenza che uccide più della guerra stessa. L’egoismo è il grande male a livello planetario, ma lo è anche a livello relazione e, addirittura, familiare. La lotta o la tensione fratricida non è causata dall’egoismo? Chi ci salverà?

Facciamo come il lebbroso samaritano che, vistosi guarito, torna indietro a ringraziare Gesù, riconoscendo che la sua fortuna non è stata quella di essere guarito, ma di aver incontrato Gesù, unico Salvatore dell’uomo, e di credere in Lui.

«Gesù maestro, abbi pietà»
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