Commento al Vangelo
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Gesù non è re per comandare

Domenica 22 novembre - NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO. «Tu lo dici: io sono re».

Parole chiave: Vangelo (501)

La pagina del Vangelo che riporta il dialogo sulla regalità fra Gesù  e Pilato è più comprensibile se collocato nel contesto storico preciso.

Da quando nel 63 a. C. Pompeo aveva conquistato Gerusalemme e assoggettato la Giudea al dominio romano, nelle sinagoghe si era cominciato a recitare un salmo, composto da un rabbino imbevuto di pensiero biblico: «Signore, tu sei nostro re. La regalità del nostro Dio è eterna su tutte le nazioni. Tu hai scelto Davide come re d’Israele e hai giurato che la sua discendenza  non si sarebbe mai estinta davanti a te.  Ora, a causa dei nostri peccati, i peccatori si sono innalzati contro di noi. Guarda, Signore e suscita un figlio di Davide, nel tempo che hai stabilito, per regnare su Israele».

Tentativi di scuotere il giogo romano c’erano stati fin dal 4 a.C., dopo la morte di Erode il Grande. Nel 6 d.C. Giuda il Galileo aveva sollevato una sedizione vicino a Nazareth, incitando il popolo a non pagare il tributo a Cesare (Cf At 5,37). Ma tutte le rivolte erano state soffocate nel sangue. Dal 6 al 36 d.C.  la Giudea conobbe un periodo d relativa tranquillità sotto l’autorità dei prefetti di Roma.

Ma anche in un periodo di relativa calma come quello in cui governò Pilato (26-36 d.C.), l’accusa di risvegliare  speranze nazionaliste e il sospetto di voler restaurare la monarchia davidica risultavano estremamente pericolosi. Nella domanda  «Sei tu il re dei Giudei?» possiamo cogliere anche una certa perplessità di Pilato che si ritrova dinanzi un uomo solo, disarmato, senza soldati, abbandonato dai suoi, schiaffeggiato da un servo del sommo sacerdote Anna. Non pare proprio il tipo capace di mettere in pericolo il potere di Roma.

E forse era anche conosciuta la risposta data alla domanda-tranello di farisei e erodiani sul tributo a Cesare («Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio» [Mc 12,17]).
Gesù risponde a Pilato con una contro-domanda («Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?»). Domanda a cui Pilato replica un po’ risentito: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

A questo punto entra nel vivo il tema della regalità di Cristo. Gesù cerca di aiutare Pilato a capire: «Il mio regno non è di questo mondo». Pilato conosce solo i regni di questo mondo, che si basano sull’uso della forza  e del denaro, che vanno difesi con le armi, dove il forte si impone e i sudditi devono obbedire e stare sottomessi.  Con questi regni, il regno di Gesù non ha nulla in comune: egli non comanda agli altri, ma si mette al servizio di tutti; non uccide nessuno, ma va lui a morire. Pilato non riesce a capire e gli fa la domanda generica: «Dunque tu sei re?». 

Ecco la risposta: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». Dunque: Gesù non è re per comandare e la sua missione non è insegnare delle verità, come facevano i sapienti e i filosofi, ma «dare testimonianza alla verità».

Dio è verità: perché non si smentisce mai, mantiene le promesse fatte, realizza il suo disegno di salvezza.

Gesù è venuto a manifestarci questa verità, perché incarna il disegno di Dio e lo porta a compimento.

Dice Gesù:  Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Chi aderisce a Cristo con tutta la propria vita, cammina nella verità  e rende libera la propria vita (Gv 8,32). E cresce continuamente nell’amore come risposta all’Amore che sempre lo precede e lo attira.

*Cardinale

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