Commento al Vangelo
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Il Figlio prega

Domenica 23 giugno - XI del Tempo Ordinario. Dal vangelo secondo Luca (9,18-29): «Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare...»

Parole chiave: Vangelo (501)

Nel brano di Vangelo di questa domenica domina la domanda fatta da Gesù ai suoi apostoli, dopo che ha chiesto loro che cosa pensi la gente su di lui. Mentre pare non prestare molta attenzione alla risposta degli apostoli su questo punto, Gesù sembra ansioso di sapere cosa pensano su di lui i suoi. Infatti, subito, chiede loro: «Ma voi chi dite che io sia?». Per tutti risponde Pietro: «Tu sei il Cristo di Dio». A questa risposta Gesù fa seguire il primo annuncio della sua passione e morte e ammonisce quanti lo vogliono seguire su quali siano le condizioni per farlo: rinunciare a se stessi, prendere la propria croce e seguirlo, perdere la vita per causa sua. Tutto questo merita un commento, non c’è dubbio. Tuttavia, io sono rimasto colpito dall’inizio del brano in cui si dice che Gesù in quel giorno si trovava in un luogo solitario a pregare. Colgo, quindi, l’occasione per parlare della preghiera di Gesù e, di conseguenza, della nostra preghiera. Per rendere più chiara l’esposizione, vedo di rispondere a tre domande. Perché Gesù prega? Alla luce della sua preghiera, cosa significa pregare? Quando la nostra preghiera è «cristiana»?

Che Gesù preghi è attestato dai vangeli più e più volte, specialmente dall’evangelista Luca. Tra le tante, certamente ricordiamo tutti la preghiera nell’orto degli ulivi prima di essere arrestato e sulla croce poco prima di morire. Nel brano di Vangelo di oggi si legge: «un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare». Una formula che pare dirci che pregare per lui era cosa consueta. Questa volta l’evangelista lo evidenzia forse perché, per lui ha grande importanza quanto Gesù sta per chiedere agli apostoli e il primo annuncio della sua morte e risurrezione. Gesù prega, afferma Luca, ma non dice in modo esplicito né il motivo della preghiera né il suo contenuto.

E’ questo che mi ha indotto a farmi le domande di cui sopra. La prima domanda riguarda il motivo per cui Gesù prega, sul senso che può avere per Lui la preghiera. Noi, quasi tutti - certo con lodevoli eccezioni -, pensiamo che la preghiera sia essenzialmente una richiesta di aiuto a Dio perché intervenga e ci liberi da situazioni di sofferenza o di preoccupazione in cui ci troviamo a vivere. Anzi, occorre che lo riconosciamo onestamente, noi preghiamo perché siamo nel bisogno. Capita anche che, quando non siamo esauditi, delusi, andiamo in ricerca dei motivi per cui Dio non lo abbia fatto, fino a pensare che non ci abbia esaudito per punirci dei peccati commessi. E’ così che Gesù pensava e viveva la preghiera? No, certamente. E’ vero che Gesù è uomo come noi, ma è anche diverso da noi, perché Lui è il «Figlio di Dio». Quando gli evangelisti riportano una sua preghiera, questa inizia sempre con «Abbà!», «Padre!», anzi «Babbino mio!».

La differenza tra la preghiera di Gesù e la nostra è tutta qui! Quando prega, Gesù è «beato» di una beatitudine unica: quella del Figlio di Dio in piena unione, anche con la sua umanità, col Padre. L’unione con Dio Padre che è un dato costante nella sua vita, nei momenti della preghiera è partecipata pienamente anche dalla sua umanità. Mentre prega, Gesù «gusta» il suo essere Figlio! Nient’altro! Non ci sono parole per descriverlo. Possiamo solo intuirlo pensando all’abbraccio più caro che abbiamo vissuto. Un abbraccio in cui ha dominato il silenzio e,.. il tempo si è fermato! Pertanto, per Gesù pregare è vivere in pienezza di comunione col Padre. La volontà del Padre è la sua volontà. Il disegno di amore del Padre per la salvezza degli uomini, è il suo disegno. Perché, allora, quando è in prossimità della morte prega il Padre perché, se possibile, passi da lui il calice che deve bere? Non dimentichiamo che Gesù è Dio e uomo. Se la sua volontà divina è la stessa di quella del Padre, la sua volontà umana, anche se orientata a fare la volontà di Dio, sente avversione (come ogni uomo) alla morte. Gesù quindi, prega perché anche la sua volontà umana accetti la volontà del Padre, come in realtà avviene: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». E sulla croce, immediatamente prima di morire dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

Alla luce della preghiera di Gesù, si comprende che la preghiera non è tanto chiedere, quanto vivere in comunione con Dio, ascoltarlo, accoglierlo, ringraziarlo, lodarlo, mettersi in sintonia con Lui, vivere della Sua vita, quella che Gesù è venuto a donarci. Com’è possibile per noi tutto questo? C’è solo un modo: che ci uniamo a Gesù, che facciamo nostra la sua preghiera. La preghiera di Gesù, infatti, non è finita, perché Lui, risorto, vive in mezzo a noi e con il dono dello Spirito ci permette di diventare «uno» con Lui, come Lui lo è «uno» con il Padre e lo Spirito Santo. E’ nello Spirito, difatti, che noi possiamo rivolgerci a Dio con lo stesso nome usato da Gesù: «Abbà! Babbo mio!». Affermare questo con tutto noi stessi, sentirci nella Paternità di Dio, nonostante tutto quello che di contrario ci capita, è la preghiera nostra e al contempo il suo esaudimento. Infatti, che cosa di più prezioso potrebbe donarci Dio se non gioire della sua paternità?

Permettetemi un’altra riflessione. Ho detto che noi possiamo pregare bene solo se ci uniamo a Cristo perché anche «oggi» prega per noi e con noi. Ogni sua preghiera è presente: quella di lode, quella di supplica, quella di offerta di sé sulla croce,… Quando questo avviene? Quando celebriamo l’Eucarestia! Allora come possiamo pensare alla Messa come un obbligo? Non è questo il dono più grande che noi possiamo vivere finché siamo su questa terra? Quando partecipo all’Eucaristia, penso a tutto questo, lo vivo?

Sono in debito di un’altra brevissima risposta. All’inizio mi ero anche chiesto anche «quando una preghiera è cristiana?». La risposta è evidente: quando è «eucaristica». Quando attinge dall’Eucarestia e mi conduce all’Eucarestia. L’Eucarestia, infatti, è la sorgente e il culmine di ogni pregare e di ogni vivere che voglia dirsi cristiano.

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