Commento al Vangelo
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Il Samaritano è...

Domenica 14 luglio - XV del Tempo ordinario. «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…» (Luca 10,30)

Parole chiave: Vangelo (502)

Oggi ci troviamo a riflettere e a pregare (dialogare con Dio) su una tra le parabole più belle e più note del vangelo. Una parabola che è riuscita anche a fare cultura. Tutti, pure coloro che non credono, sanno chi è il samaritano, tanto che sono chiamati «samaritani» o «buoni samaritani» tutti quelli che si dedicano alle opere di volontariato. Non tutti, però, e, forse, neanche noi, riusciamo a cogliere il messaggio più profondo che contiene la parabola, perché anche le parabole sono «vangelo» e, quindi, contengono una buona e bella notizia. Chiediamoci: qual è la buona notizia contenuta in questa famosa parabola di Gesù? Purtroppo quando leggiamo la Sacra Scrittura, compreso il Vangelo evidentemente, noi cogliamo subito l’aspetto morale, cioè ciò che quel brano, quella parabola, quello che ho letto ci chiede come impegno morale. Tuttavia, è proprio questo l’angolo di visuale giusto nel quale metterci per accostarci alla Scrittura? Senza escludere l’aspetto morale, a mio modesto parere, ce n’è uno che lo sovrasta e, quindi, è più importante. Tutti sappiamo che la Sacra Scrittura è una testimonianza storica di ciò che Dio vuol comunicare e testimoniare, a me, a noi, a tutti gli uomini, nessuno escluso: «Io vi amo», «Io vi voglio felici». Di questa dichiarazione d’amore, la prova storica per eccellenza, è Gesù, uomo trasparente Dio, che non solo ci ha detto, ma ci ha mostrato in tutta la sua esistenza, che Dio ama gli uomini (quindi anche te e me) fino alla follia.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedersi il perché di questa lunga premessa al commento della parabola. La ragione prossima è quella che ho scritto sopra, leggere la Scrittura dall’angolo visuale giusto, quello della dichiarazione di amore di Dio al capolavoro della creazione, l’uomo. La ragione remota è un’altra, più profonda che esprimo con un interrogativo: siamo proprio certi, anche noi «fedeli», di impostare in modo giusto il nostro rapporto con Dio? Quando noi Lo preghiamo, ad esempio, quando osserviamo i Suoi comandamenti, quando ci impegniamo nell’essere fedeli a tutto quello che ci chiede la fede,… pensiamo che siamo noi ad andare verso di Lui, o che è Lui ad essere venuto per primo verso di noi? Riconosciamo  che ogni buon pensiero, ogni buon comportamento, sono ispirati da Lui? Ci rendiamo conto che noi siamo solo una «risposta», preceduta sempre da una «chiamata», la Sua?

Ma torniamo alla parabola. Scendendo da Gerusalemme a Gerico, un uomo cade nelle mani dei briganti che lo lasciano tramortito per terra. Gesù dice che, a differenza di un sacerdote e di un levita, un samaritano lo vede, ne ha compassione e se ne prende cura con una dedizione tale da sembrare che fosse capitato per quella strada, e in quel momento, proprio per «salvare» quell’uomo da una probabile morte. Come non leggere così la descrizione minuziosa e bella, quasi contemplativa, di tutto quello che il samaritano fa per quel poveretto, come se non avesse da fare altro che soccorrerlo? Sono dieci i verbi che indicano cosa vuol dire «farsi carico» davvero di un fratello. Terminata la parabola, Gesù dice al dottore della Legge (e a tutti noi), va’ e fa anche tu lo stesso. Come ci rendiamo ben conto, con la sua risposta, Gesù invita il dottore della Legge a ribaltare la domanda che gli ha posta: non chiederti chi è il tuo prossimo (per convincerti magari che, anche tra i tuoi vicini, ci sono alcuni che non hai il dovere di soccorrere), ma come tu puoi mostrarti prossimo di chiunque incontri.

All’inizio del commento ho fatto una premessa per dire che anche una parabola è Vangelo cioè, annuncio di una bella notizia. Qual è, dunque, la bella notizia della parabola? Dirci che noi dobbiamo fare come ha fatto il samaritano? Fermarsi però subito alla conseguenza etica della parabola, non si rischia di farci apparire l’imitazione del samaritano come un dovere e un «peso»? Perché? Perché leggere la parabola e tutta la Sacra Scrittura come doveri che Dio ci impone, non ci consente di  gustare la parabola come una bella notizia. Per rendersi conto che la parabola è davvero vangelo, bella notizia, occorre che riflettiamo in modo più approfondito e che ci chiediamo, ad esempio: chi sono i protagonisti «nascosti» nei panni del samaritano e dell’uomo caduto nelle mani dei briganti? Colui che è caduto nelle mani dei briganti, dice Gesù,è «un» uomo, quindi,  l’uomo, ogni uomo e, possiamo dirlo con tranquillità, tutta l’umanità. E’ l’umanità che nel corso della storia è stata ed è tramortita, ha rischiato e rischia di perdere la vita soprattutto perché ne perde il senso e il gusto. Il samaritano che si prende cura dell’umanità, allora, non può essere che Gesù, il Crocifisso Risorto. E … basta? Infatti, prima di Lui chi si è preso cura della malcapitata umanità? Inoltre anche Gesù, perché uomo, ha avuto bisogno di un samaritano. E chi poteva esserlo se non il Padre suo? Allora andando più in profondità nel nostro riflettere, dobbiamo riconoscere che il vero Samaritano dell’umanità è Dio! Dio Padre ha soccorso il Figlio incarnato non lasciandolo in potere della morte, ma risorgendolo. Con noi uomini Dio ha mostrato la volontà di soccorrerci in due modi: uno è descritto dal profeta Ezechiele, l’altro è la persona stessa di Gesù. Nel libro di Ezechiele, al capitolo 34, si legge che Dio, dopo aver condannato e riprovato il comportamento dei pastori del suo gregge, dice: «(Io, io stesso  sarò il pastore del mio gregge e) andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia». Questa descrizione non ci richiama i comportamenti del samaritano?

La manifestazione per eccellenza dell’amore «sanante» di Dio nei nostri confronti, come già abbiamo detto, è Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto. Per essere samaritani cristiani, è necessario aver gustato prima il soccorso di Gesù. Se non mi identifico nell’uomo lasciato mezzo morto sulla strada e «soccorso» da Dio in Gesù, non potrò mai identificarmi nel Samaritano e gioire nel soccorrere quanti hanno bisogno di sentire, dentro il mio, l’amore sanante di Dio in Cristo Gesù.

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