Commento al Vangelo
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Il lebbroso risanato ci mostra la strada

Domenica 9 ottobre - 28ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Non si è trovato nessuno che tornasse a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero».

Parole chiave: Vangelo (501)

La guarigione dei dieci lebbrosi raccontata dal brano evangelico di questa domenica (Lc 17, 11-19) non è soltanto un invito alla buona creanza, come quando si insegna a un bambino (se pur oggi lo si insegna) a dire grazie quando si riceve un regalo, e non ritrovarsi nella situazione illustrata dal celebre proverbio: «fatta la grazia, gabbato lo santo».

Il racconto ci dice molto di più, possiamo ritracciare in esso una dimensione liturgica, che ci ricorda la celebrazione eucaristica nei suoi momenti qualificanti: l’iniziale richiesta rivolta a Gesù dai dieci, il «kyrie eleison» che ben conosciamo, l’appellativo di «maestro» a lui rivolto che può riportarci all’annuncio che risuona nella liturgia; la «lode a gran voce» (v. 15) del risanato, che echeggia la dossologia che «per Cristo, con Cristo e in Cristo» rende al Padre «ogni onore e gloria».  E infine il gesto di ringraziamento ai piedi di Gesù,  gesto «eucaristico» che riassume tutta la dinamica di fede che porta la salvezza nell’esistenza umana.

L’esperienza del lebbroso risanato può così diventare esemplare e condurre ciascuno di noi nel medesimo percorso. Volendo proseguire in questa direzione potremmo anche notare la divergenza con un altro atto di culto che è il «presentarsi ai sacerdoti» (v.14). Non si tratta di una scelta polemica dell’evangelista, in fondo è Gesù stesso che ordina di fare questo. Ma l’incapacità di essere davvero una esperienza di salvezza emerge nel fatto paradossale che gli inviati non si accorgono  neppure di essere guariti, o comunque esso non li conduce a riconoscerne la fonte. Nel migliore dei casi si tratta di un culto che non ha rapporti con la vita reale, che rimane un percorso a se stante, mentre Gesù Cristo con la sua venuta ha realizzato l’ingresso del mondo di Dio in quello dell’uomo per una comunione fino ad allora impensabile ed inaudita.

Un’altra sottolineatura di questa realtà impensabile è data dal fatto che l’uomo è un Samaritano, cioè eretico e inabile a un rapporto autentico con Dio secondo i canoni dell’ortodossia ebraica. Questo non gli impedirà di sviluppare un incontro fecondo con Gesù Cristo e di sperimentare la salvezza, come già accaduto a personaggi come Naaman, che oggi incontriamo nella prima lettura (1Re 5, 14-17), e la vedova di Sarepta, che Gesù porta come esempi della sollecitudine di Dio e che gli alieneranno le simpatie dei concittadini di Nazaret (cf. Lc 4, 28). È un dato di fatto che spesso Gesù sviluppa e propone una vera e propria «centralità della marginalità», due termini apparentemente opposti  ma che si compenetrano nella realtà, non per capriccio o per amore di stranezza, ma per dare conto di una vera e propria strategia di Dio.

Tutte le costruzioni che si stratificano lungo secoli in dottrine, credenze e tradizioni, sono nuovamente smontate, ribaltate, riviste, perché la vita che sono chiamate a veicolare non venga soffocata, e l’uomo sia ricondotto all’essenziale, al risvegliarsi a una nuova consapevolezza, a dare un nome al proprio limite ma anche alla nuova possibilità che l’incontro con Cristo apre, e mediante il quale il nostro Amen sale a Padre (cf 2 Cor, 1,20).

*Cappellano del carcere di Prato

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