Commento al Vangelo
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Il profeta è memoria, gioia, silenzio, Parola

Domenica 14 dicembre - III di Avvento. «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete»

Parole chiave: Vangelo (502)

Il profeta è un uomo che riesce a illuminare ciò che gli sta intorno. A dare visibilità, dignità, luce, vigore, vita. Anche nel nostro tempo, ci sono persone attorno alle quali la vita è fiorita, spesso a caro prezzo. Perché il profeta è colui che è disposto a pagare di persona il messaggio che annuncia. Le sue parole non vanno di moda. Ti mettono in crisi. Sono scomode! Ma quando le ascolti, senti che la vita entra in te. Entra Dio. E avverti un respiro nuovo, una gioia profonda, una grande pace.

Il profeta è memoria di un Altro. È «memoria» della casa cui tutti devono ritornare, per poter essere felici. Ricorderete sicuramente Odisseo, l’eroe del poema omerico che affrontò mille ostacoli e sofferenze per rientrare nella sua città, Itaca, e nella sua casa, dall’amata sposa e dal figlio. La memoria della casa è ciò che lo aiutò a sostenere la fatica del viaggio, a vincere la disperazione, a credere e sperare sempre nel ritorno. Quando Calipso, la ninfa che lo teneva prigioniero nell’isola di Ogigia, fu costretta dagli dèi a lasciarlo andare, lo cercò sulla spiaggia e «lo trovò seduto sulla riva del mare: i suoi occhi non erano mai asciutti di lacrime. Gli si consumava la vita così, nel sospirare il ritorno» (Odissea, V). Soffriva ma le difficoltà non facevano che accentuare il desiderio della casa.

Il profeta è l’uomo della memoria. Egli ricorda all’uomo quale sia la sua origine, la sua casa, il senso della sua esistenza. Il profeta riporta alla memoria le parole che Dio ha pronunciato per l’uomo, e lo fa con la propria vita, prima ancora che con parole. Egli non si limita a pronunciare parole che liberano, ma fascia le piaghe dei cuori (cfr. Is 61,1). Nei momenti di tenebre e di prova, proferisce parole di luce. Riporta alla memoria la casa in cui ritornare per ritrovare pace e stabilità. E questa casa è il cuore di Dio.

Ma il profeta è anche un uomo, una donna di gioia (cfr. Is 61,10; 1 Ts 5,16). Non c’è profezia cristiana senza la gioia: una gioia che può convivere con tante lacrime e sofferenze, ma che niente può scalfire, perché alberga nelle profondità dell’essere dell’uomo. Non si tratta di quell’allegria superficiale di chi prende la vita alla leggera: piuttosto, è forza dello Spirito che splende ancora più forte, nel cuore, persino quando tutto si fa buio. E ti fa sentire che tutto è amore di Dio, tutto è grazia, tutto è passaggio: anche la sofferenza che stai vivendo.

Il profeta, infatti, non promette cambiamenti esterni, ma predica quella rivoluzione che parte dal cuore di ognuno (cfr. Gv 1,23). Egli stesso si lascia incontrare e trasformare da Cristo per diventare trasparenza di Dio. Testimone della luce (cfr. Gv 1,7-8). Per fare questo, il profeta abbandona se stesso, e si ritrova in Dio. Infatti, «la vera conquista di sé è la conquista di noi stessi compiuta non da noi, ma dallo Spirito Santo. Conquista di sé vuol dire in realtà resa di sé, donazione di sé» (Thomas Merton, Pensieri nella solitudine). Il profeta vive ciò che annuncia.

Il profeta vive nel «deserto» e lì cerca di ascoltare la voce di Dio, perché Egli purifichi il suo sentire, il suo amare, il suo essere (cfr. Gv 1,23). Ma il deserto non annienta la sua umanità. Piuttosto, la purifica, la rende più leggera, più bella e luminosa. Non lo rende un uomo senza sentimenti, senza passioni, senza vita. Anzi, accresce la sua passione, accende il desiderio, vivifica la sua capacità di sentire intensamente gioia e dolore, perché tutto sia per la gloria di Dio. Ogni cristiano è chiamato a una vita profetica. E ognuno dovrebbe «ritornare dal deserto come Gesù o san Giovanni, con le capacità di sentire accresciute e approfondite, fortificate contro i richiami della falsità, agguerrite contro la tentazione, fatte grandi, nobili, pure» (Thomas Merton, Pensieri nella solitudine).

Ma il profeta è anche un uomo di silenzio, proprio perché conosce il valore profondo delle parole. Giovanni Battista viveva nel deserto ma, quando gli viene domandata la sua vera identità, risponde: «Io sono voce di uno che grida» (Gv 1,23). Nella sua vita non mancano certo le parole. Ma sono parole di un Altro. Sono parole di gratitudine e lode per le meraviglie di Dio. Sono parole che prendono vita dentro un umile e silenzioso ascolto (cfr. Gv 26-27).

«Tu chi sei?» (Gv 1,22), si sente chiedere il Battista. È la domanda che oggi deve risuonare nel nostro cuore. Io chi sono? Vivo in pienezza il carisma profetico ricevuto nel battesimo? La mia vita è per gli altri un silente ma efficace invito alla ricerca e alla scoperta delle realtà dello spirito che danno vero senso alla vita? Sono «voce» di una Parola che libera, o cerco solo la realizzazione di me stesso?

Suor Mirella Caterina Soro

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