Commento al Vangelo
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L’Ascensione, un nuovo inizio

Domenica 17 maggio - Ascensione - «Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio»

Parole chiave: Vangelo (502)

Il brano evangelico, che è la finale di Marco, descrive la comprensione precisa,  la decisione  pronta, la obbedienza immediata dei discepoli dopo l’Ascensione: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano».
È  la reazione giusta al grande mistero dell’ascensione: l’obbedienza della fede: credere e partire.

Mentre,  nei versetti precedenti, Marco aveva sottolineato  la reazione dell’incredulità:  le donne  che non parlano,  perché impaurite; i discepoli che non credono alle donne e non si fidano neppure dei due pellegrini di Emmaus, tanto che Gesù li rimprovera per la loro  incredulità e  durezza di cuore.

L’ascensione non è la descrizione fisica di un decollo. Nessun occhio al mondo può vedere uno che siede alla destra dell’Invisibile (Dio nessuno lo ha mai visto! Gv 1,18).  È dunque un modo diverso di dire quello che già ci ha detto la Pasqua: poiché egli «si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce, per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,8-9).

E tutto questo è così vero che il racconto di Luca  nella pagina degli Atti (prima lettura) è una pagina di teologia e non il reportage di un cronista per dirci dove, come e quando Gesù è salito al cielo,  e perciò non si preoccupa del chiaro disaccordo sulla località: nel Vangelo , Gesù  risorto «li condusse verso Betania» (Lc 24,50) e negli Atti, tutto avvenne sul monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato  (At 1,12].

Sorprende ancora di più, in Luca, la divergenza sulla data: nel Vangelo l’ascensione è nello stesso giorno di Pasqua (Lc 24), mentre negli Atti (1,3) è collocata quaranta giorni dopo.

Tutto questo sottolinea che Luca si è servito di una scenografia grandiosa e solenne per esprimere una realtà che non può essere verificata con i sensi, né adeguatamente descritta con le parole: questa realtà è la Pasqua di Gesù, la sua risurrezione, la sua entrata nella gloria del Padre.

Il mistero dell’ascensione inaugura e fa decollare il tempo della Chiesa: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura». «Allora essi partirono e predicarono dappertutto».

Esteriormente nulla è cambiato sulla terra. Ma tutto è cambiato nella vita degli apostoli e dei discepoli  e, conseguentemente, nella storia umana: Gesù  il Cristo è risorto, è il Vivente ed accompagna il cammino della sua Chiesa e della umanità intera con la speranza che non delude: non andiamo verso la morte, ma attraverso la morte verso la pienezza della vita.

Come ti dice la lettera agli Efesini, tu hai - come sacerdote, come religioso e religiosa,  come fedele della Chiesa - la vocazione, che è la chiamata a vivere e testimoniare Gesù morto e risorto, nella certezza che la grazia, per questo, ti è donata secondo la misura del dono di Cristo, cioè senza misura.

Allora, ogni difficoltà, ogni debolezza, ogni incertezza è vinta: devi fare interamente la tua parte per edificare il corpo di Cristo.

Il racconto non è dunque una conclusione, ma piuttosto un principio. Qui, niente finisce. Piuttosto, tutto comincia. Il Signore non abbandona la terra, ma si fa presente in un altro modo, affidandosi alla tua testimonianza. Dio ti pensa in modo grande, anzi grandissimo (con la misura della pienezza di Cristo). Non pensarti  in modo meschino!

*Cardinale

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