Commento al Vangelo
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L’amore e la fede abbattono ogni schiavitù

Domenica 8 settembre 2013, XXIII del Tempo Ordinario. «Schiavo fuggiasco sì, ma fratello carissimo nel Signore» (Lettera di San Paolo a Filemone, 1,16)

Parole chiave: Vangelo (501)

Chiedo scusa a quanti hanno la bontà di leggermi, se questa settimana non commento il vangelo, ma la seconda lettura tratta dalla lettera di Paolo a Filèmone. È l’unica domenica in cui la Liturgia ci offre la possibilità di ascoltare un breve passo di questa lettera, la più breve dell’apostolo Paolo, ma anche, probabilmente, quella stilata tutta di suo impegno. Si tratta, infatti, di un biglietto scritto con stile familiare e affettuoso, inviato a un amico carissimo, certo Filèmone, ricco, convertito da Paolo al cristianesimo. Filèmone aveva uno schiavo di nome Onèsimo, che, fuggito, aveva trovato rifugio presso Paolo in prigione. Paolo annunciò anche a lui il vangelo e lo convertì. Per questa ragione, l’apostolo scrive al «collaboratore» Filèmone perché riaccolga Onèsimo, non più come schiavo, ma come fratello nel Signore a causa della stessa fede che ora li unisce.

In questo biglietto Paolo ci appare uomo più che teologo, capace di finissima sensibilità oltre che di pensieri alti nei quali noi, talora, ci perdiamo. In questa lettera, considerata un piccolo gioiello del patrimonio epistolare familiare antico, infatti, predomina il cuore di Paolo: cuore di uomo e di cristiano, colmo di affetto verso Onèsimo, ma anche verso Filèmone a cui chiede il «favore» di accogliere lo schiavo fuggito, non come schiavo (la legge allora consentiva al padrone di mettere anche a morte gli schiavi fuggiti), ma come «fratello nel Signore» e, addirittura, come se fosse «lui stesso», Paolo. Da questo biglietto emerge in modo chiaro l’apporto che il cristianesimo avrebbe dato al superamento della piaga sociale della schiavitù: non facendo rivoluzioni, ma sovvertendo, per la via della fede, la relazione padrone-schiavo, e ogni altra, in quella di fratelli. Alcuni interrogativi sui quali riflettere: il vincolo della fraternità è il «più forte» tra quelli che mi legano agli altri (anche all’interno della comunità cristiana)? Ho paura di esprimere l’umano che è in me o, come dice Papa Francesco, la «tenerezza»? Mi rendo conto che l’"accogliere» il fratello, è preceduto dall’accoglienza incondizionata di amore che Dio ha verso di me? Per facilitarmi l’accoglienza del fratello, cerco di cogliere ciò che di buono e di bello, Dio ha seminato anche nel suo cuore? Buona lettura!

«Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al carissimo Filèmone, nostro collaboratore, alla sorella Apfìa, ad Archippo nostro compagno nella lotta per la fede e alla comunità che si raduna nella tua casa: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Rendo grazie al mio Dio, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, perché sento parlare della tua carità e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi. La tua partecipazione alla fede diventi operante, per far conoscere tutto il bene che c’è tra noi per Cristo. La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, perché per opera tua i santi sono stati profondamente confortati. Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di ordinarti ciò che è opportuno, in nome della carità piuttosto ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene, lui, che un giorno ti fu inutile, ma che ora è utile a te e a me. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Per non dirti che anche tu mi sei debitore, e proprio di te stesso! Sì, fratello! Che io possa ottenere questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio cuore, in Cristo! Ti ho scritto fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo. Al tempo stesso preparami un alloggio, perché, grazie alle vostre preghiere, spero di essere restituito a voi. Ti saluta Èpafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, insieme con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori. La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito».

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