Commento al Vangelo
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La debolezza di Gesù

Domenica 19 giugno - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto»

Parole chiave: Vangelo (501)

Una delle caratteristiche che rendono la Bibbia un libro particolare, è il fatto che nonostante sia debitrice alla cultura del tempo e alle sensibilità dei vari autori, a volte emergono pensieri e concetti inaspettati, validi ancora oggi, sorprendenti per la loro modernità. Questo per introdurre una riflessione su un versetto cruciale della prima lettura di oggi.

Zaccaria 12,9 invita anche noi a guardare a  «colui che hanno trafitto» come fonte di grazia e consolazione, un misterioso inviato di Dio  nel quale possiamo facilmente intravedere  Gesù Cristo, colui che realizza pienamente questa profezia. Questo è un dato centrale della nostra fede, la realtà della salvezza ottenuta tramite la sofferenza del Messia, a cui purtroppo possiamo anche rischiare di far  l’abitudine, come una cosa ormai scontata. Il versetto di cui parliamo, però, potrebbe dire anche di più:  molti affermano che sarebbe possibile tradurre anche «guarderanno a ME, che hanno trafitto…». In questo caso sarebbe Dio stesso che parla, l’Onnipotente.

E’ comprensibile che questa traduzione abbia forse provocato una certa resistenza: come pensare a un Dio così vulnerabile? Eppure, se ci pensiamo bene, nell’Antico Testamento Dio non è affatto presentato in modo impenetrabile e distaccato. Una delle immagini più ricorrenti nel profetismo è il Dio tradito dal suo popolo, come uno sposo abbandonato (cfr. Os 2,15). Quale immagine più drammatica e umiliante di questa? Oppure il Dio geloso (cfr. Es 34,14), come Lui stesso si presenta: un Dio sensibile, scoperto, tutt’altro che autosufficiente. Ecco perché la debolezza di Dio, che si rivela in Cristo al massimo grado, non è un è un dato secondario, un elemento di passaggio, è la condizione per entrare nel mistero stesso di Dio; lo scoprirsi, il decentrarsi da sé stessi, il rinnegarsi (come richiesto da Cristo nel vangelo di oggi) non è un impegno moralistico, ma perché Dio stesso fa così. E’ un modo di essere che, paradossalmente, fa bene anche alla nostra umanità.

Non c’è forse bisogno di accogliere la nostra fragilità oggi, di dare un nome al proprio vuoto, perfino alle proprie dipendenze? Vediamo ogni giorno la crescita esponenziale di violenze perpetrate da persone che si sentono defraudate in qualcosa che colpisce la propria immagine, il progetto in opera, il futuro cui si crede di aver comunque diritto. E allora la violenza si scatena sui familiari, moglie, compagna, figli fino all’assassinio… «ma io non sono geloso, la colpa è loro, andava tutto bene finché lei, lui, loro non mi hanno fatto questo e allora io non posso permettere che...»  Eppure Dio stesso ammette la sua fragilità, e ammettendola in qualche modo l’accetta e sarà sempre più il Dio delle mani aperte, che non «manderà più il diluvio» (cfr Gn 9,11), diventerà il costruttore di una storia che ancora non esiste: «ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore...» (Os 2,22), storia che accetta la fatica di un cammino quotidiano, di farsi carico, un carico che verrà portato fino al Golgota da colui che è diventato per noi la Via.

*Cappellano del carcere di Prato

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