Commento al Vangelo
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La fede è opera di Dio

9 agosto - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO.«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»

Parole chiave: Vangelo (501)

La crisi nella pagina del Vangelo di Giovanni  è espressa attraverso l’espressione del verbo «mormorare».   È il verbo tipico dell’incredulità d’Israele nel deserto. La mormorazione è rifiuto di credere, è dichiarazione di ostilità, è chiusura dinanzi alla proposta di Dio.

Qui l’incredulità nasce dallo scandalo derivante dall’umanità di Gesù: come può dire di essere «disceso dal cielo», se è il figlio di Giuseppe  e di lui conosciamo il padre e la madre?

L’incarnazione, espressione stupenda e trasparente dell’amore di Dio per l’uomo, si trasforma in un schermo opaco che offusca gli occhi, rende dubbiosa la mente e fa «mormorare» le labbra. Occorre la fede.

È dunque la fede il dono per cui il  credente cammina, comprende, ama, vive.

Per superare questo scandalo non devi contare sulle tue forze, ma aprire il cuore  all’attrazione del Padre. Dice Gesù: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato …».   La fede che Gesù domanda non è frutto delle nostre forze, ma dono di Dio: il Padre attira, il Padre parla e insegna. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a Gesù ed accetta le sue parole: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Il biblista Gianfranco Ravasi osserva: «è curioso notare che, forse, l’espressione finale del v.51 ("il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo") è la formula più semitica e più «originale» della consacrazione, mentre quella sinottica-paolina con «corpo» ("questo è il mio corpo") risulterebbe più difficile per un semita ("corpo" = cadavere, mentre "carne" = persona vivente). Questa era quindi la formula eucaristica delle chiese giovannee dell’Asia Minore, testimoniata anche da sant’Ignazio di Antiochia ed era la traccia di un ricordo dell’ultima cena omessa da Giovanni».

Certamente questo discorso è inseparabile, per essere illuminato nella sua profondità, da quello che il Signore farà e dirà nella sua ultima cena pasquale. In questi due testi fondamentali tre realtà si alternano continuamente, come gli elementi del medesimo mistero: il pane, la fede, la vita. Mangiare, credere e vincere la morte.

Dopo la sua Pasqua, il Cristo opera la vera moltiplicazione: non dei pani, ma del Pane. Ormai, attraverso tutte le Eucaristie, questo segno della Risurrezione trova una efficacia ed una dimensione universali. Non è più limitato dal tempo o dallo spazio. Partecipando di questo Pane, proclamiamo che le forze della morte non avranno l’ultima parola: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».  Bisogna credere alla parola di Gesù.  Ma  la fede resta prima di tutto un dono, un’«attrazione interiore», un ascolto della voce intima del Padre, è e resta  «opera di Dio» (Gv 6,28).

Ognuno di noi deve fare sue, con sincerità profonda, le parole del padre dell’epilettico indemoniato: «Credo; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24).

*cardinale

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