Commento al Vangelo
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La grandezza si misura dal servizio

Domenica 18 ottobre - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Il Figlio dell’Uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti».

Parole chiave: Vangelo (502)

Il  Vangelo di Marco, prima della pagina proclamata in questa Domenica, racconta: «Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso. Lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà”» (Mc 10,32-34).
Ed ecco: incredibile! i discepoli fanno ancora questione di potere e di primi posti! I due fratelli Giacomo e Giovanni,  i figli di Zebedeo, che con Simon Pietro formavano il gruppo dei prediletti, proprio loro fanno una richiesta assurda per il contenuto («Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»), ma anche sfrontata nella forma: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».

Gesù deve aver letto nella richiesta dei due fratelli un misto di entusiasmo, di calcolo e di vanagloria. L’atteggiamento dei Boanèrghes («figli del tuono»:  Mc 3,17) è concretamente umano, caratterizzato da una generosa, ma superficiale spontaneità, per cui alla domanda del Maestro «Potete voi bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato», essi rispondono subito, insieme: «Lo possiamo». Gesù  cerca di «purificare» la loro visione ancora troppo terrestre della sua gloria messianica.

Chi invece ha interpretato in senso decisamente sfavorevole la richiesta sono i compagni, gli altri dieci, che hanno sentito: infatti cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. La loro domanda  è come una miccia che fa di nuovo esplodere la contesa sulle precedenze.

Allora Gesù li chiamò a sé e spiegò il senso della sua missione, che diventa esemplare per ogni discepolo: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono». Tra voi però non è così!

E allora, Signore, come deve essere tra noi?  La risposta è netta: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». E le parole diventano la Parola: Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.  Così deve essere tra voi! Perché l’autorità non è «potere», l’autorità è «servizio».  

L’insistenza su questo argomento sottolinea  la ripugnanza per tutte le manifestazioni di ambizione e di arrivismo tra cristiani. La ricerca del potere, specialmente quando ci si serve di Cristo come copertura dell’orgoglio e della vanità, devono averlo disgustato e indignato. Evidentemente  questo  fenomeno non era troppo raro neppure nella Chiesa primitiva. Tra voi però non deve essere così!

Il beato  Giovanni XXIII, il Papa che ha aperto il Concilio, nel «Giornale dell’anima»  confidava: «Gli ambiziosi sono le più ridicole e più povere creature del mondo»; «Figlio mio, non bisogna proprio darsi pena per due metri di stoffa (la porpora) che coprono tante miserie …»;  «Per quel poco, per quel niente che io sono nella Santa Chiesa, la mia porpora l’ho già ed è il rossore di trovarmi a questo posto di onore e responsabilità valendo così poco».

*Cardinale

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