Commento al Vangelo
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La «perfetta letizia» degli apostoli

Domenica 10 aprile - III DOMENICA DI PASQUA. «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete»

Parole chiave: Vangelo (501)

Da questa settimana il commento alle letture della Messa domenicale è curato da don Enzo Pacini, cappellano del carcere «La Dogaia» di Prato. Dalla redazione di Toscana Oggi un sincero ringraziamento al cardinale Silvano Piovanelli, che ha curato questo servizio per i nostri lettori per un anno, dalla Pasqua 2015 alla Pasqua 2016.
La liturgia di questa terza domenica ci presenta un brano evangelico (Gv 21, 1-19) particolarmente ricco e stimolante, una sorta di quadro, dipinto dall’evangelista. Credo di poter parlare di quadro perché è molto facile provare a immaginare la scena: l’albeggiare sul lago, il silenzio del mattino, il crepitio degli sterpi accesi sui quali il pesce sta arrostendo, l’eco del grido di Gesù, smorzato dalla lontananza e la risposta dei discepoli: «È il Signore!», il tuffo di Pietro e le veloci bracciate che battono l’acqua… non si pensi a questo come a un cedimento ad una visuale romantica, si tratta del fatto che Gesù si presenta ai suoi nel segno di una esperienza, di tracce ritrovate, di discorsi che si riprendono, di silenzi e aspettative, di cose non dette e che ancora non si riescono a dire, dell’irruzione nella vita di qualcosa di atteso, sempre noto, eppure che è qualcosa di più.

Mancano le parole, occorre immettere nuovi significati in esse: «mi ami?», «certo che ti amo!», eppure si sente subito che c’è qualcos’altro da aggiungere, gli schemi saltano. È Gesù, è il Signore, è lo stesso di sempre eppure non lo è più. Pietro vive una nuova pesca miracolosa, e stavolta non dice a Gesù di allontanarsi da lui perché peccatore (cfr. Lc 5,8), eppure di motivi ce ne sarebbero molti. Ma non c’è tempo per fermarsi sul passato, la Pasqua ha aperto un futuro nuovo, dove si potrà andare anche dove non vorremmo, ma sarà una esperienza di libertà ancora più grande. Non sono più io a misurare l’amore, lascio che l’amore misuri me. In questo senso si comprende la libertà interiore che porterà gli apostoli a dire di fronte al Sinedrio: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini», (At 5,27-41, 1ª lettura), rivolgendosi a una istituzione religiosa che aveva il compito (o pretendeva) di dire lei quale fosse l’obbedienza da prestare a Dio. Questo non perché Pietro e gli altri ne sappiano di più, ma perché si sono consegnati, come Abramo, ad un  cammino che li porta a partire senza sapere dove vanno (cfr. Eb 11,8), non con pretese dottrinali ma mantenendosi aperti al suggerimento dello Spirito. Mossa certo pericolosa, qualcuno potrebbe dire, come essere sicuri che sia lo Spirito che suggerisce questo? Ma anche nell’istituzione religiosa c’è qualcuno onesto, come Gamaliele, nei versetti 35-39 che non compaiono nella liturgia di oggi, che ammette la possibilità che ci sia Dio dietro la predicazione degli apostoli, nel qual caso non sarebbe salutare opporsi.

Vi è però un altro motivo, come direbbe S. Ignazio di Loyola, che quando qualcuno sperimenta una gioia immotivata, perfino in contesti che dovrebbero produrre esiti opposti, allora probabilmente lì è all’opera lo Spirito. E gli apostoli vivono l’esperienza delle percosse ricevute «lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (v.41). Secoli dopo, un altro testimone di Cristo, Francesco, dirà: «qui è perfetta letizia». Le misure sono saltate, la Pasqua immette la sua energia al punto che la Chiesa, e il discepolo, darà il suo meglio quando verrà legata e portata dove non vuole.

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