Commento al Vangelo
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Lasciamo che lo Spirito ci guidi alla verità

Domenica 19 gennaio, II Domenica del Tempo Ordinario. «Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo» (Gv 1,29-34).

Parole chiave: Vangelo (502)

Non deve essere stato facile per Giovanni Battista comprendere che Dio ha un volto mite e misericordioso. Ma il Padre, che gli aveva comandato di battezzare con acqua, gli mostra anche chi è il Cristo (cfr. Gv 1,33). E Giovanni entra in intimità con Dio, che si rivela ai suoi sensi interni. E lo rende capace di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, colui che toglie il peccato del mondo e colui nel quale dimora lo Spirito. Dice infatti Giovanni: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (1,32). E lo Spirito, negli scritti giovannei, è lo «Spirito di verità», colui che «vi guiderà alla verità tutta intera» (16,13).

Giovanni ha visto e diviene testimone. La sua conoscenza di Cristo invade tutta la sua persona, abbraccia il cuore, i sentimenti, il corpo. La sua missione di predicatore raggiunge il suo vertice nel fare spazio a Cristo. Lui stesso aveva detto che Gesù è colui che libera, colui che fa spazio, colui che scioglie l’uomo dai lacci del male (cfr. 1,29). Da lui, dunque, impara a liberare e dice: «Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele» (1,31).

La missione di Giovanni si compie quando permette a Gesù di manifestarsi a Israele secondo il disegno del Padre (cfr. 1,33): non come colui che castiga, ma come il consolatore. Come l’innamorato che sussurra all’orecchio dell’amata: «Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù» (Is 40,2).

A volte siamo proprio noi, i predicatori della Parola che libera, a incatenare gli altri dentro i nostri schemi, e impediamo allo Spirito di esprimersi in loro in pienezza, in tutta la Sua fantasia. Ricordo che il mio babbo, che era un uomo autoritario ma anche pieno di bontà, di umiltà, di mitezza d’animo e di sapienza, diceva sempre a noi figli: «Voi sarete migliori di noi!». Questa frase la sentivo strana perché avevo una grande ammirazione di lui e di mia madre e sapevo che sarebbero stati sempre un modello non raggiungibile. Eppure, proprio queste sue parole lo hanno reso tanto grande ai miei occhi e tanto simile a Dio Padre che ha avuto così tanta fiducia in noi creature da renderci «dio», da donarci la Sua conoscenza, la libertà, da rispettare i nostri cammini, da voler dipendere dai nostri sì e dai nostri no per poter agire nella nostra vita. Maternità e paternità significano desiderare che il figlio diventi migliore di noi, trovare gioia nel vederlo crescere non come piace a noi, ma come piace a Dio. Maternità e paternità si realizzano nella misura in cui gettiamo il seme della Parola senza volerne controllare gli effetti. Sono madre, sono padre se lascio che lo Spirito operi in ognuno come io non so e come forse non saprò mai.

E se a volte siamo affaticati e scoraggiati nell’annunciare la Parola, è perché vogliamo verificarne i risultati, invece che lasciare fiorire il campo a noi affidato così come il Creatore desidera o permette. Chi di noi non ha sperimentato su di sé questa tentazione? Ma, grazie al cielo, Dio esiste, fa bene il suo «mestiere» e ci libera dall’incubo e dal peso di dover «essere» noi dio! E ci dice che sarà Lui a far fiorire il fratello. Forse tra dieci, trenta, cinquanta anni. Ma se lui attende, chi sono io per non avere pazienza? E se a lui va bene così, perché a me non deve andare bene? Certo, a me il compito di seminare, ma sarà Dio a far crescere come e quando vorrà. Ma è poi vero che sono preoccupato della salvezza dell’altro? O forse sono solo incapace di amare Gesù nel fratello ferito e percosso dai briganti lungo la via? Sono disposto a dare la vita per lui come il Signore ha fatto con me, peccatore?

Le tre Persone della Trinità, di cui Giovanni Battista ha fatto esperienza (cfr. 1,33), ci insegnano a «fare spazio»: la loro essenza è nel donarsi reciprocamente. E per creare l’uomo, Dio ha dovuto «ritrarsi». Divento pienamente me stessa nella misura in cui preparo nell’altro il terreno per la fioritura piena dei suoi doni. E se io faccio spazio all’altro, l’altro farà spazio a me.

La preghiera ci dona la libertà dello Spirito e, con lo Spirito-Amore, ci dona la Verità tutta intera: il Cristo totale. Invocare il nome di Gesù, giorno e notte; «inciderlo» nel cuore, nei sogni, nei desideri; sentirne tutta la bellezza, la verità, la mitezza. Allora, il mio cuore, sempre più, assumerà la forma del cuore di Cristo e imparerò a fare spazio alla creatività di Dio nella vita delle persone e nella mia stessa esistenza. Perché noi siamo di quelli che «in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro» (1 Cor 1,2). 

Suor Mirella Caterina Soro

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