Commento al Vangelo
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Lazzaro, il ricco e il «grande abisso»

Domenica 25 settembre - 26ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti»

Parole chiave: Vangelo (501)

Il brano evangelico di questa domenica (Lc 16, 19-31) si caratterizza per una forte tensione drammatica, la vicenda del ricco e di Lazzaro, apparentemente un’ esposizione di quel «contrappasso» di sapore dantesco che vuole l’affamato saziato e il sazio affamato nel regno di Dio, una teoria che a volte può suscitarci qualche perplessità («possibile che non ci sia alcuna possibilità di pentimento?») o la soddisfazione per una vendetta sul malvagio finalmente compiuta.
In questa pagina non c’è niente di ciò, è una pagina più che altro triste, in fondo il ricco più che cattivo è un godurioso, un tipo da serate mondane, da riviste di gossip. Un tipo che si sente e rimane figlio di Abramo perfino nel regno di morte in cui è precipitato, conserva una attenzione per i fratelli, la cerchia dei suoi intimi... e allora dov’è il problema? Forse è quello che Hanna Arendt in un suo libro famoso ha chiamato «la banalità del male», cioè che spesse volte il male nella nostra vita non si presenta con i tratti della superbia demoniaca, ma con la stupidità dell’ignoranza, il conformismo coi luoghi comuni, la superficialità e la cecità di chi perde il contatto con la realtà.

Così l’altro diventa un signor nessuno, il ricco non ha neppure forse visto Lazzaro alla sua porta, era altrove, nel suo mondo dorato e inconsistente, sganciato dalla realtà, perso nella ricerca di se stesso, della propria immagine e del look vincente. Egli è, come diremmo oggi, politicamente corretto, non caccia Lazzaro, non lo insulta, semplicemente lo lascia fuori della porta. Non fa neanche la fatica di essere cattivo, si limita a ignorare la realtà, magari sottolineando: «guarda che non sono razzista!», oppure che non è giusto fare assistenzialismo con le nostre briciole e fermandosi a discorsi accademici o teorie su come sconfiggere la povertà nel mondo.  Questo mondo creato intorno a se stessi, però,  a lungo andare diventa una gabbia di cui non si coglie più neppure la presenza. Il salmo stigmatizza così la stupidità dell’empio: «Egli scava un pozzo profondo e cade nella fossa che ha fatto» (Sal 7, 16). E’ l’abisso invalicabile di cui parla Abramo, che non è stato messo lì da una divinità capricciosa ma da colui che l’ha alimentato.

L’abisso è l’anti-creazione, sull’abisso si librava all’origine lo Spirito creatore (cf. Gn 1,2), Dio riempie l’abisso con la sua opera creatrice, lo sconfigge riempiendolo di senso. Da parte sua Cristo è colui che riempie di sé tutte le cose (cf. Ef 4, 10) portando la creazione al pieno compimento. E’ una realtà totalizzante che non può essere lottizzata, vissuta a metri quadri o un tanto al chilo. Vivere questa pienezza significa entrare in contatto con tutta la realtà, non solo con gli aspetti che mi fanno gioco, entrare in comunione con la creazione significa entrare in contatto non solo con il mio clan, ma con l’intera famiglia umana. Solo così si entra in comunione anche con chi il cosmo lo ha creato, e l’abisso può essere sconfitto e riempito. Non per insistere su concetti già detti, ma gli  appassionati e i cultori di muri e confini a difesa del proprio orticello, ideologico o reale che sia, potrebbero utilmente meditare su questo.

*Cappellano del carcere di Prato

Lazzaro, il ricco e il «grande abisso»
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