Commento al Vangelo
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Le vie di Dio liberano chi le accoglie

Domenica 2 febbraio, Presentazione del Signore al Tempio. «I miei occhi han visto la tua salvezza» (Luca 2, 22-40)

Parole chiave: Vangelo (501)

Simeone, uomo giusto e pio, attende la consolazione di Israele. Lo Spirito Santo lo illumina interiormente e gli fa riconoscere, fra tanti falsi bagliori, la «luce delle genti». La luce della conoscenza illumina la strada se le si fa spazio con l’amore. E lo Spirito Santo in lui non era altro che l’amore.

La consolazione, però, non arriva con i gesti e le modalità con cui te l’aspetti. Dio non si ripete mai: si manifesta in maniera sempre nuova. I più aperti ai suoi doni sono i bambini e gli anziani: i primi, infatti, non possiedono ancora un passato e, proprio per questo, sono liberi, fiduciosi, aperti al nuovo; l’anziano, da parte sua, inizia a fare sintesi della propria vita e, se ha acquisito la capacità di far tesoro di quanto ha sperimentato, riesce a cogliere, tra tante esperienze, il poco che conta davvero e che dà sapore al tutto; l’uomo giovane o l’adulto, invece, attaccati alle loro conoscenze e consapevolezze, spesso fanno più fatica a fare spazio a Dio e alla sua sapienza creativa.

Ma Simeone è un uomo vigile e attento al soffio dello Spirito che, nell’intimo del cuore, gli suggerisce azioni, movimenti e gesti. Accoglie la luce che arriva a lui nella semplicità di un bambino. E, se Maria e Giuseppe lo offrono a Dio, Simeone è un po’ il tramite di questo dono. Stringe il «dono» tra le braccia per un istante e, subito, lo ridona. Non lo tiene per sé. Tutta la sua esistenza trova senso in un’intuizione dello Spirito che, nell’intimo del cuore, gli rivela chi è il Messia: l’attesa di una vita vale l’incontro di un attimo che sazia l’inappagabile sete del cuore dell’uomo.

Paradossalmente, è nell’obbedienza alla legge che lo Spirito dona luce e si manifesta all’uomo con fantasia divina. I genitori di Gesù compiono un atto rituale che è promessa di libertà, perché esprime la loro piena fiducia in Dio, di cui Egli si compiace. Apprendono dal vecchio Simeone il destino di luce e di gloria del bambino, che si compirà nella sofferenza. E accolgono con fede il progetto del Padre.

È sorgente e segno di libertà ricevere un dono e metterlo nelle mani di Dio, lasciando che sia lui a decidere come dovrà brillare il raggio di luce che è stato affidato alla tua persona, alla tua esistenza. Sei chiamato ad ardere e illuminare, ma il modo lo decide lui. La tua vita è come una caccia al tesoro e a ogni tappa sarai sorpreso della misericordia e della tenerezza infinita di Dio. Tu riconosci il dono che ti è stato fatto, ma solo Dio è in grado di farlo risplendere. Devi donarglielo. Devi dargli fiducia. Perché mettersi nelle sue mani è riconoscere che la libertà non può che svilupparsi e fiorire a partire da Colui che è, per se stesso, «libertà di amare» e sorgente di ogni libertà. Mettersi nelle sue mani è imparare a volare.

In «Profumo», di Luigi Capuana, la madre di Patrizio, uno dei protagonisti del romanzo, profondamente gelosa della nuora, rende impossibile la vita del figlio con la sua fissazione di essere da lui trascurata e messa da parte. Egli ne è succube ma, dopo la morte di lei, si accorge di come questo rapporto gli abbia impedito di crescere: «Fra qualche mese avrò trentotto anni, e mi sento fanciullo senza esperienza, senza forza, intimidito dal subbuglio della vita». E aggiunge: «Il mio passato mi opprime!». La madre, infatti, dalla tomba, sembra volere ancora interporsi tra lui e la moglie ed egli è come schiavo del proprio passato e incapace di riscattare la propria vita. Questa opprimente figura di madre è la negazione della maternità e potrebbe simboleggiare tutte le paure, le schiavitù e le maschere che sono apportatrici di morte e non di vita. Esse impediscono all’uomo di fare spazio alla creatività di Dio lasciando a Lui le redini della propria esistenza: hanno una parvenza di protezione ma, in realtà, sono la morte di ogni progetto di vita.

Dio libera coloro che lega a sé e li rende sempre più simili alla Trinità, che è intimità e libertà, comunione e distinzione, fantasia e creatività. E l’uomo e la donna consacrati, di cui oggi si celebra la festa, sono chiamati a essere simili a Lui: donatori di libertà, di luce, di vita. L’uomo è la tela sulla quale l’artista divino mischia magicamente i suoi colori, che sono i doni e i carismi, riuscendo a dare, infine, il tocco finale della propria divinità: l’amore. I religiosi, allora, ricordano a ognuno che le vie di Dio liberano chi le accoglie. Perché le strade da lui pensate sono sempre vie d’amore. Sono il sogno di Dio. Un sogno di amore e di libertà.

Suor Mirella Caterina Soro

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