Commento al Vangelo
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Lo sguardo di fede è buono verso tutti

Domenica 21 settembre - 25ª DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - «Sei invidioso perché io sono buono?»

Parole chiave: Vangelo (501)

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che esce di buon mattino e chiama operai a lavorare nella sua vigna. Il padrone si «accorda» (il verbo greco, «sumphonéo», rende bene l’idea di questo patto di amore di Dio con l’umanità) con gli operai assunti all’alba: si impegna a dar loro un denaro al giorno e li manda nella vigna (cfr. Mt 20,1-2). Durante il giorno, ne assume altri dicendo: «Quello che è giusto ve lo darò» (Mt 20,4).

Il Signore chiama ogni persona, anche se in modi diversi. La sua giustizia è la bontà (cfr. Mt 20,15). Il progetto di Dio sull’umanità è come una sinfonia: è un far «risuonare insieme» innumerevoli voci. È valorizzare ognuno e permettergli di eseguire la propria «melodia». Il padrone promette a ciascuno la pienezza. Ma i lavoratori della prima ora fanno fatica ad accogliere il dono. Iniziano a guardare gli altri operai con «occhio cattivo» (Mt 20,15). E il loro sguardo rivela la povertà di un cuore incapace di amare. Di un cuore ferito. Di un cuore infelice che, invece di gioire della propria pienezza, si rattrista per la pienezza degli altri. Il lavoratore che mormora contro il padrone, infatti, lo accusa di aver reso gli operai dell’ultima ora uguali ai primi (cfr. Mt 20,12). Non ha compreso che sono primi quanti hanno un cuore pieno di compassione, come quello del padrone.

La mormorazione disperde ovunque il fogliame delle parole cattive. Ha il potere di insinuare diffidenza, di rompere relazioni di fiducia. In primo luogo, però, annienta chi la diffonde. E rende più vicini al cuore del padrone coloro che intendeva eliminare. Gli operai della prima ora, che hanno ricevuto quanto era stato loro promesso, sono infelici. Non accettano di essere messi sullo stesso piano degli altri lavoratori e mormorano contro il padrone: «li hai fatti uguali a noi» (Mt 20,12). Queste parole ricordano Gn 3,22, laddove Dio aveva affermato: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male». Ne consegue che gli operai assunti all’alba si mettono, addirittura, al posto di Dio: usano parole che Lui solo può pronunciare. Perchè «uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). Essi, però, si lamentano: «Li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo» (Mt 20,12). Non sanno che vivere la comunione è portare «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2).

L’origine di ogni peccato è nello sguardo. Nel modo di guardare alla vita e alle persone. Dice, infatti, il padrone: «O il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?» (Mt 20,15). Lo sguardo è il canale dell’odio o dell’amore. Un cuore che odia, non riesce a vedere la bontà del Signore e i suoi progetti di armonia, che abbracciano l’intero creato. Desidera stare al di sopra degli altri. Un cuore che ama, invece, vede sempre il bene. Filtra situazioni e persone con la retina dell’amore ostinato. Per un cuore innamorato dell’umanità, è difficile non vedere il bene nascosto dentro le ferite delle persone. Ma solo chi è entrato, in qualche modo, nel cuore stesso di Dio, impara questo sguardo pulito e profondo sugli altri. Inizia a guardare la vita e le persone «dall’alto» dell’infinita bontà e misericordia di Dio Padre. Pur facendo esperienza del male, è capace di parole di speranza e di amore che stupiscono chi le ascolta. Così scriveva Etty Hillesum, giovane donna ebrea deportata nei lager nazisti: «Eppure, in un momento di abbandono, io mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano così dolci e protettive, e il battito del suo cuore non so ancora descriverlo: così lento e regolare e così dolce, quasi smorzato, ma così fedele, come se non dovesse arrestarsi mai, e anche così buono e misericordioso. Io sento la vita in questo modo, né credo che una guerra, o altre insensate barbarie umane, potranno cambiarvi qualcosa» (Etty Hillesum).

Ciò che ci separa da Dio, inesorabilmente, è la nostra distanza dai fratelli. Il vero sguardo di fede «non tollera la distanza, poiché percepisce che essa rende confuso ciò che vuol vedere; e la fede vuol vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per le strade, la fede limita l’avidità dello sguardo di dominio e aiuta il prossimo - quel prossimo concreto, che guarda con il desiderio di servirlo - a mettere meglio a fuoco il suo stesso ’oggetto proprio e amato’, Gesù Cristo venuto nella carne. Chi dice di credere in Dio e ’non vede’ suo fratello, inganna se stesso» (J. M. Bergoglio, Dio nella città). Il vero sguardo di fede si fa vicino. È paterno. È sereno. È simile allo sguardo di Dio che è «buono verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 144,9).

Suor Mirella Caterina Soro

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