Commento al Vangelo
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Mangiare la carne, bere il sangue

16 agosto - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda»

Parole chiave: Vangelo (501)

Il Vangelo di Giovanni riporta l’invito per un convito:  convito  comprensibile solo all’interno della Sapienza divina: «Io sono il Pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».  Gli insipienti che si ritengono sapienti contendono aspramente tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Interrogativo e riserva altamente plausibili all’interno di un mondo in cui manca la sapienza della fede.  Effettivamente Il discorso è «duro». Difficile da comprendere. Ora come allora. Agli ebrei nella sinagoga di Cafarnao apparve un discorso cannibalistico: per otto volte,in questo brano, c’è l’invito a mangiare la sua carne. Inoltre, bere il sangue di una persona è una cosa orrenda per un ebreo che mangia solo carne dissanguata. A noi l’effetto shock giunge molto attenuato dall’interpretazione in senso eucaristico di queste parole, interpretazione  che è ormai comune e spontanea e conosciuta così fin dall’infanzia, e per quelli che vengono da adulti alla fede si può subito vedere come il Signore realizza effettivamente la sua promessa. Tu leggi  questo brano  e come in trasparenza  vedi  l’ultima cena.

Ma Gesù non accetta l’obbiezione e ribadisce: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi  la vita». Gli ascoltatori vengono forzati verso ciò che appare loro completamente assurdo. Non si tratta di un semplice vantaggio terreno che viene offerto: «Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono». Qui si tratta della vita che non muore: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. E aggiunge: E io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Dunque una vita che abbraccia l’uomo nella sua interezza: anima e corpo.

Il nostro corpo porta  i segni del suo limite e del peccato: è destinato a morire. Le malattie, la morte sono i continui avvisi di questa comune situazione, affinché ognuno ne derivi sapienza, motivo di distacco, occasione e bisogno di guardare all’al di là di questa vita. Ecco, allora, la meravigliosa promessa di quelle parole: al di là di questa vita, avrete la vita eterna e anche il vostro corpo  risusciterà. L’Eucaristia diventa seme di risurrezione per l’anima e per il corpo. Non vuoi, con noi,  cantare «Alleluja»?

«Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». I discepoli hanno dinanzi una prospettiva meravigliosa: la vita in un mondo che spesso è un mondo di morte; una vita che coinvolge ogni uomo e tutto l’uomo (la vita del mondo);  una vita che è senza fine ed è la consumazione dell’amore (chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me  e io in lui); una vita che non è semplicemente attesa, pur con certezza, ma che è già inizio nel tempo, caparra sicura, e, nel tuo più profondo, dono presenza di Dio Amore (chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna). Gesù spinge la sua spiegazione al limite estremo, al mistero stesso di Dio: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me». L’Eucaristia che è il dono a noi della vita del Figlio, domanda ed insieme crea la capacità di rispondere a Lui col dono della nostra vita (vivrà per me). Ecco perché il santo Curato d’Ars soleva dire:  «tutte le buone opere riunite insieme  non  equivalgono al sacrificio della Messa».

* Cardinale

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