Commento al Vangelo
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Se il volto di Gesù si indurisce

Domenica 26 giugno - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme».

Parole chiave: Vangelo (502)

Il brano evangelico di questa domenica solo apparentemente richiama lo schema delle chiamate o «vocazioni» che troviamo in diverse pagine della Bibbia, una delle quali, quella rivolta al profeta Eliseo, è inserita nella liturgia di oggi come prima lettura (1Re 19,16-21).

L’accento è infatti posto principalmente sulla persona di Cristo. È lui che «indurendo il suo volto» (come dice la traduzione letterale) si incammina verso Gerusalemme, incontrando (a causa di questo «indurimento» che dice la sua determinazione) l’opposizione dei Samaritani a lui e ai suoi messaggeri che  «camminano davanti al suo volto» (sempre traducendo alla lettera). Perché questo «indurimento del volto» è presentato come una cosa positiva, auspicabile forse anche per i discepoli, mentre nella Bibbia intera il peccato per eccellenza, il rifiuto di Dio, è presentato come «indurimento della cervice» (cf. Ne 9,16)? È solo questione di motivazione? Intestardirsi per Dio ha un valore?

Dalla reazione di Gesù nei confronti dei discepoli che vorrebbero radere al suolo il villaggio col sacro fuoco del loro zelo parrebbe di no. Non si tratta di un atteggiamento, dell’applicazione puntigliosa di una dottrina o di una legge sacra. Si tratta di una scoperta, dell’essersi specchiati in un volto che ha cambiato la propria fisionomia.

Perché non pensare all’indurimento operato dal forno all’argilla del vaso  (cf. Sal 25,2) che la rende, da massa indistinta, fango, un’opera testimone dell’abilità dell’artigiano, con una sua identità precisa, anfora, orcio, calice? Quante volte la Bibbia ci presenta questo Dio-vasaio, plasmatore sapiente di quell’opera vivente che è la vita e il mondo dell’uomo (cf Is 64,7)? E’ questo sapere, questa esperienza che può sottrarci da quella identità fluida che caratterizza specialmente il nostro tempo. La questione dell’identità è delicata, pensiamo alla fatica dell’adolescente o del giovane che deve scoprirla, sentirsi a proprio agio in essa. La via più breve è cercare di procurarsene una già confezionata, ve ne sono una serie a disposizione con vari gradi di durezza, dal talco al diamante. Ma se non è la propria non vale niente.

I samaritani hanno la loro immagine di Gesù, gli hanno dato un’identità nemica, alla quale risponde l’oltranzismo di Giacomo e Giovanni. Le persone che Gesù incontra forse hanno altre aspettative o identità: sociali? Guarda che non è assicurata neanche una tana (oggi diremmo una poltrona); culturali? Guarda che questa è roba da morti, puoi fare tutti i mausolei che vuoi, la vita è da un’altra parte; religiose? Ma lasciate perdere se pregare qui o là, a Gerusalemme o altrove (cf Gv 4,21).

Il punto centrale era già presente nell’episodio di Eliseo nella prima lettura: «sai cosa ho fatto per (o di) te». Questo è ben chiaro a Gesù, che attesta ciò che ha visto e udito (cf Gv 3,32) e opererà di conseguenza, il suo volto diventerà così trasparente per cui chi vede lui vede il Padre (cf Gv 12,45) ed è per questo che i suoi discepoli cammineranno  innanzi a lui «alla luce del suo volto» (cf Sal 88,16), esperienza che può diventare anche la nostra.

*Cappellano del carcere di Prato

Se il volto di Gesù si indurisce
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