Commento al Vangelo
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Senza la luce di Dio l’umanità è cieca

Domenica 30 marzo, IV Domenica di Quaresima «In laetare». «Andò, si lavò gli occhi e tornò che ci vedeva»

Parole chiave: Vangelo (501)

Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita» (Gv 9,1). Vide l’uomo, quell’uomo, ogni uomo. E vide che l’umanità è «cieca dalla nascita»: non ha in sé la capacità di bene e di luce. Nessuna bellezza esterna, nessuna esperienza, nessun raggio di sole o lago o cielo può parlarci di Dio, se Dio stesso non accende in noi una luce interiore che ci permette di riconoscerlo in tutte queste cose e nel mondo, negli altri, nella vita. Questa luce accesa nella nostra anima è Gesù: «Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9,5). E come nella prima creazione Dio «formò l’uomo dalla polvere della terra» (Gn 2,7), così Gesù «sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va’ a lavarti"»(9,7). Siamo di fronte a una nuova creazione, più spettacolare e meravigliosa della prima: Dio unisce a sé ogni uomo, ogni donna, ogni realtà umana. Unisce la nostra terra al suo alito di vita (cfr. Gn 2,7) e ci lava da ogni colpa.

Quando Dio trasforma il cuore, con l’azione dello Spirito Santo, l’esperienza resta nascosta e incomprensibile a chi non la vive. E alcuni iniziano a mormorare. La luce, infatti, illumina ogni cosa ma non trasfigura chi le resiste. «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi» (9.30): si può passare la vita a ragionare su Dio senza accorgersi dei gesti concreti che ne manifestano quotidianamente la presenza viva. Chi non è libero si sente soffocato da chi lo è. E cerca di eliminarlo (cfr. 9,34). Gesù è venuto nel mondo per dare la vista ai ciechi e accecare chi crede di vedere. Ma la vera cecità è l’orgoglio: la presunzione di chi pensa di avere in sé la luce, la superbia di chi non sa esserne mendicante. «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane» (9,41).

Gesù invita il cieco ad andare a lavarsi nella piscina di Siloe, «che significa Inviato» (9,7). La grazia del battesimo ci ha rivestiti della vita di Cristo. Il frutto di questa vita nuova «consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente» (Ef 5,9-10).

Il modo di condannare le tenebre, però, non è parlarne, giudicare, condannare, ma vivere nella luce. Ecco perché Gesù chiede al cieco nato: «Tu credi nel figlio dell’uomo?»(9,35). Gli chiede di accoglierlo nella propria vita con l’assenso della fede. E aggiunge: «Lo hai visto: è colui che parla con te»(9,37). A volte anche noi ci chiediamo dove possa essere Dio, quali siano le scelte giuste per trovarlo e vivere in comunione con lui. «Lo hai visto: è colui che parla con te». Non cercarlo lontano, nell’astrattezza dei tuoi pensieri, nella vacuità delle tue paure. Le sue parole sono scritte nei testi sacri, ma anche nelle tue mani, nei tuoi piedi, nel tuo cuore, nelle persone, nella comunità. Sono scritte nei gesti di amore. Spesso, però, noi stiamo dalla parte dei farisei e, invece di vedere luce nell’altro, ci sentiamo in grado e in diritto di rivelarne le tenebre. «Invece di ricordare le menzogne e le calunnie, le false testimonianze e la gioia del male, la mancanza di generosità e di giustizia che abbondano in noi, il nostro scarso senso del dovere e la poca santità, l’amore che portiamo al mondo e l’antipatia verso la Croce; invece di riconoscere che il nostro fratello ci ha abbandonati perché noi abbiamo abbandonato Dio, giungiamo a pensare di ’fare bene a essere in collera’. Oppure, ci figuriamo nemici e traditori presenti fra noi, mentre il nemico e il traditore si trovano in noi stessi, e li cerchiamo dappertutto fuorché dove effettivamente sono» (J. H. Newman).

Ci vuole un vero, grande coraggio per smetterla di guardarci attorno, entrare finalmente in noi stessi e guardare in faccia le nostre ferite, le nostre inconsistenze, le nostre defezioni. La quaresima è l’occasione giusta per prendere consapevolezza delle nostre contraddizioni. Perché siano manifestate anche in noi le opere di Dio (cfr. 9,4).

Allora, «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 22,4). Riceverò in dono uno sguardo limpido, uno sguardo nuovo. Farò spazio alla luce e mi accorgerò che quella luce è vita (cfr. Gv 8,12). La grazia guarirà la mia umanità ferita, trasformerà il mio cuore e lo renderà «casa di Dio» (Sal 22,6). E di questo «non c’è da meravigliarsi: la verità prende ciò che è suo» (L. Tolstoj, Camminate nella luce finché avete la luce).

Suor Mirella Caterina Soro

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