Commento al Vangelo
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Un cuore di carne, come quello di Gesù

Domenica 16 febbraio - VI Domenica del Tempo ordinario. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento».

Parole chiave: Vangelo (501)

Nel vangelo di oggi, Gesù promette che non lascerà niente di incompiuto, di sterile e limitato ma a tutto darà «pieno compimento» (Mt 5,17). È una promessa che ci lascia senza fiato se pensiamo che noi ci sentiamo fatti proprio per l’illimitato e il nostro desiderio è infinito. La grandezza, la libertà, l’ampio respiro della vita cristiana è nel non accontentarsi del poco. A noi la libertà di scegliere tra fuoco e acqua, vita e morte, bene e male (cfr. Sir 15,16-17). Ma la Parola di Dio ci rassicura: «Se hai fiducia in lui, anche tu vivrai» (Sir 15,15).

Il discorso della montagna libera il cuore da ogni senso di ristrettezza e rigidità. In queste parole di Gesù, che a volte ci possono dare un’impressione di «attaccamento alla legge», scopriamo, in realtà, un Volto di Dio pieno di amore e misericordia. Dio non vede l’ora che tutto sia compiuto: è impaziente che il dono di sé sia totale, sulla croce. E che noi scopriamo che il segreto della realizzazione piena della vita è racchiuso nel dono incondizionato di noi stessi.

La libertà di Gesù è tale che non può circoscriversi entro spazi mentali angusti. Soprattutto, non può essere racchiusa dentro la limitata capacità umana di amare. La legge del dovere non basta per un cuore che è abitato da spazi sconfinati, desideri infiniti, sete e fame di bene e felicità, quale è il cuore umano. È una legge che, prima o poi, non funzionerà più.

Gesù, allora, ci riconduce dentro il nostro essere, e ci aiuta a conoscerlo nei suoi bisogni e nelle sue aspirazioni. Scopriamo, così, che solo un amore che abbandona ogni calcolo può iniziare a entrare nella mentalità di Dio. E acquisire la mentalità del buon samaritano, la mentalità di Maria di Betania, che spreca l’unguento per ungere il suo Signore, la mentalità di Pietro che si butta nel lago senza pensarci due volte, quando vede il suo Maestro sulla riva. È la mentalità dello «spreco», del rischio: la mentalità dell’amore! Una mentalità che ti impedisce di «trasgredire anche uno solo di questi minimi precetti» (Mt 5,19), perché chi ama vuole stupire l’amato nelle più piccole cose. Chi ama, esagera!

L’amore non è astratto: si manifesta e si comunica nelle mani, nello sguardo, nelle parole (cfr. Mt 5, 30.28.22.37). L’esperienza dell’amore riesce a dare luce anche al corpo. Perché entrando nell’amore, entri nel regno di Dio, che è tutto luminoso. E ti riempie di luce.

Nel regno dei cieli, è grande chi si prende cura del dettaglio. Non basta non dire parole cattive: bisogna dirne di buone! Non basta non pensare male: bisogna pensare bene! Non basta non compiere azioni malvagie: bisogna impegnarsi nelle opere di bene! E non basta fare una buona azione: bisogna avere l’intenzione giusta! Tante volte, invece, le nostre buone azioni nascondono sottili intenzioni egoistiche. Siamo capaci persino di fare del bene a qualcuno per innalzare noi stessi, o per denigrare un altro. Siamo capaci di offrire una carezza a una persona che non ci dà fastidio e di non guardare in faccia il marito o la moglie che Dio ci ha messo a fianco. Ma se «entriamo» in Gesù con la preghiera, se facciamo del Suo Cuore la nostra casa, i suoi sentimenti ci contagiano, lui entra in noi e ci rende capaci di essere creativi nel bene. 

Nella commovente storia «Il principe felice», di Oscar Wilde, il principe che in vita era stato ricco e spensierato ma chiuso ed egoista, viene tramutato in una statua, dopo la sua morte. Solo allora, posto nel punto più alto del paese, inizia ad accorgersi del dolore della gente. Per la prima volta, si lascia ferire dalle sofferenze delle persone, dalle domande più sconcertanti della vita. Per la prima volta, prendendo le distanze da sé, si accorge dell’»altro», del debole, dell’infelice. E, magicamente, inizia ad amare. La statua del principe è «tutta coperta di foglie d’oro fino» e ammirata da tutti. Aiutato da una rondinella, egli sceglie di essere spogliato, pian piano, di tutto l’oro di cui è rivestito, per donarlo a chi soffre la fame. Diventa grigio e sgraziato. E, quando la rondinella con cui aveva condiviso i suoi atti di amore muore di freddo ai suoi piedi, «un curioso schianto risuonò all’interno della statua, come se qualcosa si fosse spezzato. E difatti il cuore di piombo si era spaccato in due».

È necessario cambiare la prospettiva del nostro sguardo e iniziare a guardare fuori di noi, per accorgerci dell’altro. Allora, sentiremo anche noi uno schianto improvviso e forse doloroso. Ma liberante. E ci ritroveremo dentro, per dono di Dio, un cuore di carne. Un cuore ferito, ma bello, perché più simile al cuore di Gesù.

Suor Mirella Caterina Soro

Un cuore di carne, come quello di Gesù
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