Commento al Vangelo
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Un pescatore di Galilea diventa roccia per i fratelli

24 agosto, 21ª Domenica del Tempo ordinario. «Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli».

Parole chiave: Vangelo (501)

Giunto nella regione di Cesarea di Filippo, Gesù fa un «sondaggio» e chiede ai discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). È una domanda alla quale rispondono senza troppa difficoltà. Quando, però, li interpella personalmente, la risposta si fa più faticosa. Pietro prende la parola per tutti e parla con un’autorevolezza che gli viene dal dono ricevuto: il dono di essere roccia su cui Cristo fonda la sua Chiesa. Pietro è la roccia su cui gli altri potranno camminare, quando la sabbia del dubbio sembrerà farli affondare. Riceve le «chiavi del sangue» dell’Agnello» (S. Caterina da Siena, Dialogo, CXV), che aprono all’uomo le porte della grazia. Diventa strumento e garante della volontà di Dio per la sua Chiesa, segno e principio di unità.

È straordinaria l’opzione di Dio per l’uomo. Sceglie un pescatore di Galilea fragile e dubbioso, e ne fa una roccia per i fratelli. La roccia su cui costruisce l’edificio della Chiesa. Quando ci sentiamo insicuri, incapaci di continuare a professare la nostra fede; quando la vita ci pone problemi nuovi, domande cui non sappiamo dare una risposta, possiamo avere fiducia e appoggiarci alla roccia: in quei momenti, infatti, Pietro e la Chiesa credono anche per noi. In quei momenti di buio, lì troviamo la luce. E possiamo avere fiducia nella parola di Pietro e della comunità: insieme, essi ci annunciano la Parola di Gesù, che è sempre la stessa. La sua comprensione, però, cresce continuamente, nel corso dei secoli (cfr. Dei Verbum, 8). «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17): Dio stesso ha promesso di accompagnare la sua Chiesa e di non lasciarla mai senza la sua luce. Possiamo avere fiducia che nella Chiesa, sempre, troveremo Gesù, non perché il suo vicario o i successori degli apostoli siano perfetti, ma perché Cristo lo ha promesso: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18).

Siamo di fronte a una splendida pagina evangelica, specchio della profonda e inaccessibile sapienza divina. Davvero i giudizi di Dio sono insondabili e le sue vie inaccessibili (cfr. Rm 11,33)! E riscontriamo ogni giorno quanto sia difficile, oggi, accettare che Dio si manifesti all’uomo attraverso l’uomo. Non per i «lontani» ma per noi, che ci crediamo «vicini». Facciamo fatica ad accogliere le vie di Dio, che sempre sceglie la mediazione umana per parlarci, istruirci e guidarci.

Questo vale anche per il nostro cammino personale. Dice S. Agostino che «come un cieco non può seguire la retta via senza uno che lo conduca, così nessuno può camminare senza guida» (Sermo 112). E S. Vincenzo Ferrer: «Nostro Signore non accorderà mai la sua grazia a colui che, avendo a disposizione un uomo capace di istruirlo e di dirigerlo, trascura questo potente mezzo di santificazione, credendo di bastare a se stesso e di potere con le proprie forze cercare le cose utili all’eterna salute. Chi ha un direttore al quale obbedisce in tutto e senza riserva, giungerà al fine assai più facilmente e speditamente di quello che potrebbe fare da solo, anche se dotato di vivace intelligenza e fornito di libri sapienti in materia spirituale. In generale, tutti quelli che hanno raggiunta la perfezione, hanno percorsa la via dell’obbedienza» (De vita spirituali, II, c.1).

Per S. Bernardo «colui che si costituisce direttore di se stesso si fa discepolo di uno stolto» (Epistolario 87, n. 7). Cassiano porta ad esempio l’apostolo Paolo che «fu chiamato direttamente da Cristo, ma colui che poteva, subito e senza intermediari, insegnargli la via della perfezione, preferì indirizzarlo ad Anania e fargli imparare da quello la via della verità. Se Dio indirizza anche Saulo a un anziano, e preferisce metterlo a quella scuola anziché istruirlo direttamente, lo fa per evitare che l’intervento diretto - spiegabile nel caso di Paolo - possa in seguito incoraggiare la presunzione. Il pericolo era che tutti avessero a persuadersi di non avere (come l’Apostolo) altra guida o maestro all’infuori di Dio» (Conferenze spirituali, II, 15).

Siamo responsabili gli uni degli altri. E non c’è cammino cristiano senza la capacità di affidarci gli uni agli altri. I santi ci insegnano che quanto più impegnativi sono i nostri servizi nella comunità cristiana, tanto più è necessario farci piccoli davanti a Dio, accettando la mediazione umana della sua Parola. Abbiamo bisogno di imparare la fiducia dell’affidamento. E il coraggio dell’umiltà.

Suor Mirella Caterina Soro

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