La parola del Papa
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Custodire la fede mettendosi in ascolto

Mercoledì 12 novembre Papa Francesco, all’udienza generale, ha osservato che nelle Lettere inviate ai suoi discepoli Tito e Timoteo, l’apostolo Paolo si sofferma con cura sulla figura dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi.

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Ora, è emblematico come, insieme alle doti inerenti la fede e la vita spirituale - che non possono essere trascurate, perchè sono la vita stessa - vengono elencate alcune qualità squisitamente umane: l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore.
Questo deve essere la grammatica di base di ogni vescovo, di ogni prete, di ogni diacono. Senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e rapportarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili. San Paolo esorta a ravvivare continuamente il dono che è stato ricevuto (1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6).

Questo significa che deve essere sempre viva la consapevolezza che non si è vescovi, preti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono, un dono d’amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo. Questa consapevolezza è importante e costituisce una grazia da chiedere ogni giorno. Infatti, un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale.

La consapevolezza che tutto è dono, tutto è grazia, aiuta un Pastore a non cadere nella tentazione di porsi al centro dell’attenzione e di confidare soltanto in se stesso. Sono le tentazioni della vanità, dell’orgoglio, della sufficienza, della superbia. Guai se un vescovo, un prete o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno. Al contrario, la coscienza di essere lui per primo oggetto della misericordia e della compassione di Dio deve portare un ministro della Chiesa ad essere sempre più umile. Pur nella consapevolezza di essere chiamato a custodire con coraggio il deposito della fede (1 Tm 6,20), egli si metterà in ascolto della gente. E’ cosciente, infatti, di avere sempre qualcosa da imparare. Continuiamo a pregare perché i Pastori possono essere immagine viva della comunione e dell’amore di Dio.

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