La parola del Papa
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Nel Giudizio troveremo l’abbraccio di Gesù

Mercoledì 12 dicembre Papa Francesco, all’udienza generale, ha osservato che quando pensiamo al ritorno di Cristo e al suo giudizio finale, che manifesterà, sino alle sue ultime conseguenze, il bene  che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena, percepiamo di trovarci di fronte a un mistero che ci sovrasta, che non riusciamo nemmeno a immaginare.

Un mistero - ha continuato - che quasi istintivamente suscita in noi un senso di timore, e magari anche di trepidazione. Se però riflettiamo bene su questa realtà, essa può allargare il cuore di un cristiano e costituire un grande motivo di consolazione e di fiducia. A questo proposito - ha aggiunto Papa Francesco - la testimonianza delle prime comunità cristiane risuona quanto mai suggestiva. Esse, infatti erano solite accompagnare le celebrazioni e le preghiere con l’acclamazione «Maranathà», un’espressione formata da due parole aramaiche che, a seconda di come vengono scandite, si possono intendere come una supplica: «Vieni, Signore» oppure come una certezza alimentata dalla fede: «Sì, il Signore viene, il Signore è vicino». È l’esclamazione in cui culmina tutta la Rivelazione cristiana, al termine della meravigliosa contemplazione che ci viene offerta nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 22,20). In quel caso, è la Chiesa-sposa che, a nome dell’umanità e in quanto sua primizia, si rivolge a Cristo, suo sposo, non vedendo l’ora di essere avvolta dal suo abbraccio: l’abbraccio di Gesù, che è pienezza di vita e pienezza d’amore. Così ci abbraccia Gesù.

Se pensiamo al giudizio in questa prospettiva, ogni paura e titubanza viene meno e lascia spazio all’attesa e a una gioia profonda: sarà proprio il momento in cui verremo giudicati finalmente pronti per essere rivestiti della gloria di Cristo, come di una veste nuziale, ed essere condotti al banchetto, segno della piena e definitiva comunione con Dio. Papa Francesco ha poi rammentato quanto scritto nel Vangelo di Giovanni: «Chi crede in lui non sarà condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,17-18).

Questo significa allora che quel giudizio finale è già in atto, incomincia adesso nel corso della nostra esistenza. Tale giudizio è pronunziato in ogni istante della nostra vita, come riscontro della nostra accoglienza, con fede, della salvezza presente e operante in Cristo, oppure della nostra incredulità, con la conseguente chiusura in noi stessi. La salvezza è aprirsi a Gesù, è Lui che ci salva.

Nel Giudizio troveremo l’abbraccio di Gesù
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