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Cattolici e politica. C’è la necessità di un partito ispirato cristianamente

Nel dibattito su «cattolici e politica» che abbiamo aperto dopo il voto del 4 marzo 2018 interviene Andrea Tomasi, dell'Università di Pisa. Come mai il voto cattolico non ha saputo esprimere laicamente un giudizio politico illuminato dalla fede? Senza questo è inutile anche il ruolo di cattolici nei vari schieramenti

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Esterno del Quirinale (Foto Sir)

Considero meritoria l’intenzione del settimanale di aprire un dibattito su un tema importante, avviato dalle riflessioni sul voto di Saccenti e proseguito con l’editoriale di Domenico Delle Foglie e la lettera di mons. Simoni. Gli stessi Vescovi italiani hanno approfondito il tema nel Consiglio permanente, e il quotidiano Avvenire ne ha dato resoconto con interessanti approfondimenti. Ma vorrei concentrarmi su alcuni aspetti che riguardano la nostra realtà toscana, che vede tra qualche mese importanti scadenze amministrative, per aggiungere agli interventi già elencati anche un mio contributo, consapevole che è difficile sintetizzare in poche righe l’analisi di una situazione complessa e sfaccettata.

La situazione sociale descritta con realismo da Saccenti – la crescita delle disuguaglianze e la frattura tra nord e sud del Paese – è stata una forte spinta ad affidarsi a partiti portatori di novità (non importa se effettive o solo prospettate). Ma si è trattato della conclusione di un’onda lunga che già era presente nel 2013, alimentata dal vedere i partiti sempre più distaccati dalla ricerca di soluzioni che dessero risposta alle preoccupazioni dell’elettorato, presuntuosamente autoreferenziali in un «gioco» parlamentare che ha visto un numero enorme di passaggi di campo da parte degli eletti nel 2013, pur delegittimati moralmente dalla pronuncia della Consulta sulla legge elettorale. L’insoddisfazione si è manifestata con la bocciatura della riforma costituzionale ma ha trovato ulteriori motivi nella legge elettorale, confezionata per salvaguardare i partiti tradizionali, e in essi il ruolo dei leader. La composizione di raggruppamenti innaturali, quanto a storia politica e proposte di programma, e la «grande coalizione» proclamata come esito inevitabile, ha portato infine a concentrare il voto sulle due realtà più radicali.

Rilevare la sostanziale omologazione del voto cattolico ai criteri politici di ogni altro elettore non basta, se non si cerca di coglierne le ragioni profonde, soprattutto nella prospettiva del futuro, sia per gli aspetti più strettamente politici che per le implicazioni ecclesiali.

Andrebbe compreso quanto abbiano influito, sui cattolici del Pd, le posizioni del partito sul lavoro e questo ultimo anno in cui si è messa mano a colpi di fiducia a una trasformazione radicale dei profili etici, mentre poco veniva fatto sulle disuguaglianze sociali e si limitava il flusso di arrivo degli immigrati con accordi in Libia, che hanno suscitato molti dubbi sul rispetto dei diritti umani.

E andrebbe compreso quanto abbia contato l’appoggio alla Lega da parte del comitato organizzatore del Family day, penalizzando invece, in nome del «voto utile», posizioni più strettamente identitarie e per questo necessariamente minoritarie espresse dal Partito della famiglia (Pdf).

Infine andrebbe compreso il voto post-ideologico di molti cattolici al M5Stelle, che ha saputo presentarsi come portatore di radicale cambiamento.

In una prospettiva futura credo occorra capire come mai il voto cattolico non ha saputo esprimere laicamente un giudizio politico illuminato dalla fede, se crediamo che il Vangelo illumina tutte le situazioni umane e si pone come criterio di discernimento. Senza tale orientamento preciso sarebbe sterile immaginare un ruolo propositivo di singole persone all’interno dei partiti, con un impoverimento complessivo della cultura politica necessaria a governare. Da questo punto di vista credo andrebbe ripreso un percorso culturale per superare la divisione per ragioni di schieramento politico tra i «cattolici del sociale» e i «cattolici della morale», che ha impedito di comprendere fino in fondo la portata della «questione antropologica» legata alle nuove tecnologie, che non toccano solo la vita ma hanno un impatto radicale sull’organizzazione futura del lavoro. Un percorso necessariamente fatto anche di formazione, che chiama in causa movimenti e associazioni cattoliche. Nello stesso tempo il laicato cattolico deve riprendere un ruolo organizzato di propositività nel dibattito pubblico, che richiede certamente di disporre di luoghi di confronto, ma soprattutto ha bisogno di trovare una sintesi di pensiero.

Se si guarda la situazione da tale prospettiva, si capisce che c’è lo spazio e direi quasi la necessità per un nuovo partito, portatore di una visione positiva ed equilibrata nei confronti dell’economia e della giustizia sociale, nella promozione dei diritti personali e comunitari secondo il criterio della dignità della persona e del valore sociale della famiglia, con una idea dell’Europa, che non si limiti ad una realtà di trattati e di burocrazia, funzionali agli interessi dell’asse trainante franco-tedesco. E si potrebbe anche leggere, in tale nuovo partito, un ruolo essenziale della visione cristiana della persona e della società. Nessuno dei partiti attualmente sulla scena appare in grado di assumere un programma di governo basato sulla visione descritta, necessaria per rispondere ai problemi del nostro tempo. E non mi sembra che alcuno di essi possa orientarsi in tal senso per opera di alcuni parlamentari cattolici, per quanto ben formati e ottimamente intenzionati.

*Università di Pisa

Cattolici e politica. C’è la necessità di un partito ispirato cristianamente
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