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L’enciclica «Laudato si’» e l’insostenibile pesantezza della Scienza economica

Il commento di un’enciclica rimane, sempre e comunque, una cosa difficile. Difficile e anche pericolosa. La difficoltà non sta nell’ermeneutica. Sta piuttosto nell’autore. Confesso un leggero imbarazzo che si è impadronito di me, come dei numerosi cultori della Scienza economica, per la severità con cui l’enciclica tratta l’argomento...

L’enciclica «Laudato si’» e l’insostenibile pesantezza della Scienza economica

In un suo trattatello del 2007, l’economista parigino Serge Latouche ebbe a scrivere: «La nostra crescita economica si scontra con i limiti della finitezza della biosfera. L’uomo trasforma le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto la natura sia in grado di trasformare questi rifiuti in nuove risorse».

Non mi è chiaro se Latouche, commentando la Laudato si’ di Papa Bergoglio abbia incontrato le stesse mie difficoltà, ma è certo che il commento di un’enciclica rimane, sempre e comunque, una cosa difficile. Difficile e anche pericolosa. La difficoltà non sta nell’ermeneutica. Sta piuttosto nell’autore. Chi legga la Divina Commedia sa di aver di fronte la testa dell’Alighieri. Ma chi legge un’enciclica non sa mai chi ne sia l’autore. Un’idra dalle cento teste: Consulenti, specialisti della materia, commissioni di prelati anonimi, segreterie vaticane, tutti a lavorare con la schiena piegata. Il Papa non scrive, corregge, approva, suggerisce modifiche e, alla fine, firma.

Le difficoltà, poi, non finiscono qui. C’è la questione della lingua. Ogni enciclica, come si sa, è pensata in latino e scritta in latino giuridico. Si, perché non si limita a dichiarare che le cose stanno così e così, vuole anche additare un dover fare. È insomma, un documento normativo, a modo suo un codice di comportamento. Non insisterò oltre con questo argomento. Segnalerò invece il leggero imbarazzo che si è impadronito di me, come dei numerosi cultori della Scienza economica, per la severità con cui l’enciclica tratta l’argomento.

Dopo alcune considerazioni preliminari scandirò il mio commento in tre momenti distinti. Confronterò nel primo le due encicliche sociali più importanti degli ultimi centoventicinque anni: la Rerum Novarum di Papa Pecci (Leone XIII, 1878-1903,) che cercò di riconciliare la Chiesa con gli operai allontanati dal Socialismo e la Laudato si’ di Papa Bergoglio. Mostrerò poi il contenuto della seconda sottolineando la sua contrarietà per la Scienza economica, della quale tenterò una timida difesa. Nella parte finale presenterò una sorprendente somiglianza argomentativa dell’enciclica col pensiero economico di un importante economista del passato.
A chi si rivolge la Laudato si’? A differenza delle encicliche che precedettero la Pacem in Terris di Papa Roncalli (Giovanni XXIII, 1958-63), rivolte tutte al «gregge cattolico», l’enciclica giovannea venne spedita al più largo cerchio degli «uomini di buona volontà». La Laudato si’ riguarda invece, ogni abitante di questa terra.

È stato notato dagli storici che le encicliche della Chiesa, non sono mai tempestive rispetto al manifestarsi di gravi problemi sociali. Non è chiaro il motivo dei loro prolungati silenzi. Alcuni li attribuiscono ad una curiale prudenza, altri li biasimano per una sorta di colpevole insensibilità. Sta di fatto, comunque, che la cultura laica le precede sistematicamente. Se Leone XIII fece sentire la voce della Chiesa dopo un secolo dall’esplosione della questione operaia e lo fece biasimando il socialismo che l’aveva segnalata, Francesco apprezza invece la polemica accesa dal movimento ambientalista e riconosce, con minor ritardo di Papa Pecci, d’essere stato preceduto: Il movimento ecologico mondiale ha già percorso (è implicito: nel silenzio della Chiesa) un lungo cammino. Come dire: è vero, la Chiesa è lenta, arriva spesso al traguardo dopo la musica, ma porta comunque un suo meditato, e nel caso di Francesco, umile contributo al dibattito generale.

In ogni caso, al di là della questione della tempestività, non c’è dubbio che la Rerum Novarum e la Laudato si’ hanno affrontato i due più dolorosi problemi sociali dell’ultimo secolo: la questione operaia e la questione ambientale, questioni sgorgate entrambe dall’affermarsi incontrastato di quel sistema produttivo che noi chiamiamo capitalismo.

Una vota inoltratici nella comparazione delle due grandi encicliche, sarà bene far qualche cenno sulle loro somiglianze. Le questioni che affrontano, lo abbiamo detto, sono diverse. La questione operaia non è la questione ambientale. Ma entrambe sono simili in questo: offrono sia soluzioni appropriate che soluzioni inefficaci.

Le due encicliche sono simili anche per il fatto che, accanto alle soluzioni appropriate, si preoccupano di additare le soluzioni inefficaci o, addirittura, sbagliate. Papa Pecci se la prende con il Socialismo, un farmaco sbagliato per una malattia dolorosa, dice. Bergoglio, invece, prende di mira l’ecologia superficiale, quella automatica, il diritto internazionale e la politica. Di cosa si tratta?

L’ecologia superficiale non aggredisce il problema ambientale alla radice: Nello stesso tempo sta crescendo un’ecologia superficiale… Se guardiamo in modo superficiale sembra che le cose non siano tanto gravi…ma l’abbellimento dei paesaggi…non risolve i problemi globali.

Come non lo aggredisce l’ecologia automatica: Alcuni sostengono il mito del progresso e affermano che i problemi ecologici si risolvono con nuove applicazioni tecniche, senza considerazioni etiche.
Questa impostazione non presuppone un mutamento del comportamento umano.

Ancora inefficaci, almeno nel breve periodo, risultano le convenzioni ecologiche di diritto internazionale e la politica: Il diritto si mostra a volte insussistente… Benché vi siano diverse convenzioni internazionali… si rileva una perdita di potere degli stati nazionali, che non riescono a sanzionare all’interno del proprio territorio.

E sulla politica: Che un politico assuma queste responsabilità (ecologiche) con i costi che implicano (si intende, in termini di voti), non risponde alla logica della politica attuale.

Sicché non resta che aggrapparsi ad una proposta ecologica che sia preceduta da una conversione spirituale dell’uomo. A questa proposta Bergoglio assegna il nome di «Ecologia integrale». Eccoci dunque all’elemento centrale dell’intera enciclica: l’Ecologia integrale. Ma ancor prima dell’anatomia del concetto, Bergoglio ci presenta la sua gloriosa tradizione, che si perde nella notte dei tempi.

Nell’Antico testamento la norma fondante, «Farai riposare la terra», viene sancita coll’istituzione del riposo settimanale (il sabato), col riposo settennale (l’anno sabbatico), col riposo cinquantennale (l’anno giubilare): La tradizione biblica stabilisce il riposo della natura… Dio ordinò il sabato di riposo… un anno sabbatico per la sua terra… infine, dopo quarantanove anni si celebrava il giubileo.

San Tommaso d’Aquino, da parte sua, pensava che l’uomo e la natura formassero un puzzle interconnesso: Egli ha sottolineato che ciò che manca a ciascuna cosa sia supplito da altre cose.
Mentre Francesco d’Assisi ha confermato la medesima idea più poeticamente: Laudato sie mi’ Signore cum tucte le tue creature.

Terminato l’excursus storico, Bergoglio impugna ora il bisturi per sviscerare il concetto di «Ecologia integrale».

Che l’ambiente sia malato è sotto gli occhi di tutti. Quale è la causa apparente della malattia, quale la causa più profonda? La causa apparente ha a che fare con la diversa velocità di due fenomeni: la velocità della produzione industriale e dei rifiuti che accumula è incredibilmente superiore a quella che serve alla natura per rigenerarsi.

L’intensificazione dei ritmi di lavoro (la rapidizzazione, come si dice in spagnolo), la velocità imposta alle azioni umane, contrasta con la naturale lentezza della evoluzione biologica. Questo squilibrio produce inquinamento con effetti sulla salute: fumi, rifiuti, riscaldamento del clima, scioglimento dei ghiacci, migrazioni.

Tutti esiti, questi, che si scaricano specialmente sui poveri, sicché: Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale. Bisogna ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.

Fin qui la causa apparente. Ma Bergoglio non si accontenta della superficie delle cose. Lo sguardo della sua enciclica si fa improvvisamente più acuto, più penetrante, è alla ricerca di una causa più profonda, una causa radicata nel comportamento umano, una causa «morale». Come dire che, se è vero secondo Isaia che «la terra si logorerà come una veste e i suoi abitanti ne moriranno» non sarà perché viene inquinata dalle storture che giacciono nella mente e nel cuore dell’uomo?
La causa più profonda, dunque... Ebbene, il suo nome è Paradigma meccanico-tecnologico e, altrove Paradigma crematistico. Si tratta di un modo di pensare che arriva all’adorazione della novità meccanico-tecnologica partendo da una motivazione crematistica (ricerca del profitto per il profitto): Vi è un modo deviato di comprendere la vita… Propongo di concentrarci sul «paradigma tecnologico dominante». Il paradigma tecnologico tende ad esercitare il proprio dominio sull’Economia e sulla Politica. L’Economia assume lo sviluppo tecnologico in funzione del profitto… e l’uomo sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio, dominio nel senso estremo della parola.

A sostegno di questa perentoria affermazione l’enciclica cita il Das ende der Neuzeit, un volume di Romano Guardini, Padre della Chiesa del XX secolo, filosofo e docente universitario nato a Verona, ma di cultura germanica. Così, sposando la tesi di Guardini, l’enciclica lancia un duro attacco alla Scienza economica, la quale porterebbe sulle proprie spalle il «Paradigma deviato». Chi potrebbe infatti pensare che una crescita economica esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito, se non un folle oppure un economista?

L’Economia, dunque è sotto accusa. Non per uno, ma per almeno due motivi: intanto perché, come sistema economico, sarebbe responsabile della sovrapproduzione e dell’inquinamento, ma soprattutto perché, come Scienza economica, avvelenerebbe il pensiero con quella libido dominandi, contraria a valori come l’aumento dell’utilità sociale e del benessere, dei quali solo a parole si dichiara paladina.

A differenza di quanto supposto da Romano Guardini, non è del tutto esatto affermare che la Scienza economica si sia fatta portatrice, nel corso della sua lunga storia, del solo paradigma crematistico. Se già alla fine del ’700 autorevoli esponenti del clero inglese come Thomas Chalmers (teologo presbiteriano ed economista) e come Thomas Robert Malthus (pastore anglicano ed economista) affrontarono il tema del pauperismo economico con spirito evangelico; se nel 1819 un economista ginevrino come Jean Charles Leonard Sismondi si scagliò contro due suoi colleghi (David Ricardo e Jean Baptiste Say) accusandoli di cecità crematistica (Nouveaux Principes d’Economie Politique); se nel 1839 Alban de Villeneuve Bargemont, economista cattolico francese, intitolò i tre volumi dell’opera sua Economie politique chrétienne; se l’inglese Arthur Cecil Pigou e il nostro Federigo Caffè, teorici dell’Economia del benessere, invocarono da economisti una più grande giustizia per gli ultimi; se, infine, ll maggior economista del XX secolo, John Maynard Keynes, in un saggio intitolato L’economia per i nostri nipoti, simpatizzò con Malthus e Sismondi biasimando i crematistici Ricardo e Say; se, raccolti intorno a Padre Gemelli dal 1924 in poi si formò alla Cattolica di Milano un agguerrito gruppo di economisti cattolici come Francesco Vito e Amintore Fanfani; insomma se tutto questo è vero come è vero, allora si può tranquillamente concludere che la Scienza economica avrà certo i suoi difetti, ma pure l’impostazione di Romano Guardini ha i suoi: quel che gli manca è soprattutto il discernimento storico. Fa di tutte le erbe un fascio, come si dice, mentre in quello dell’Economia politica ci sono erbe di moltissimi colori.

Gli storici delle encicliche sociali distinguono quelle che punirono la modernità (Caso emblematico il Sillabo del 1867, redatto da Papa Mastai, Pio IX), dalle encicliche del dialogo (quelle giovannee). Nessuno di loro, tuttavia rilevò somiglianze significative fra la loro orditura concettuale e le argomentazioni di un qualche intellettuale estraneo alla cultura cattolica. Quando nel 1799 T.R. Malthus redasse il suo celebre Saggio sul principio di popolazione e dei suoi effetti sulla felicità umana era un economista certamente estraneo alla cultura cattolica, ma da pastore anglicano, era comunque ispirato da spirito evangelico.

Malthus era tormentato dal problema demografico, Bergoglio lo è oggi da quello ambientale. La loro terminologia, com’è ovvio, non è la stessa, ma i concetti si assomigliano: Malthus chiama «progressione geometrica» la «rapidizzazione» di Bergoglio; chiama la ribellione della natura per il comportamento insensato dell’uomo «guerre e carestie», là dove Bergoglio parla di «avvelenamento del pianeta». Il primo invoca il Moral Restraint sessuale, ll secondo il Moral restraint industriale; il primo aborre l’eccesso di popolazione, il secondo la dismisura della produzione. La terminologia, insomma è diversa, ma l’ordito argomentativo mostra somiglianze sorprendenti. E poiché Malthus era un economista (e che economista!) la contrarietà che l’enciclica di Bergoglio ostenta verso la Scienza economica appare francamente eccessiva.
Alla fine di questa narrazione un po’ disordinata, raccolgo ora in soli quattro punti quanto ho detto finora.

L’enciclica Laudato si’: 1) Appartiene, stando agli storici della Chiesa, alla categoria delle «encicliche del dialogo» e riconosce onestamente di intervenire in un dibattito già impostato dalla cultura laica.

2) Fra le soluzioni possibili della questione ambientale addita l’attività politica attuale e le convenzioni di diritto internazionale come metodi al momento incapaci di risolvere il problema. Individua inoltre nella «Ecologia integrale» (la sola che presupponga una vera conversione morale) il metodo più affidabile per risolvere un problema che nuoce soprattutto ai poveri.

3) Imputa al «Paradigma meccanico-tecnologico», ispirato dalla mera ricerca del profitto e contenuto nella pancia della Scienza economica, la causa profonda dello squilibrio ambientale e lo indica come il vero nemico da combattere.

4) Rappresenta, infine, insieme alla Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica più importante per contrastare gli esiti negativi del capitalismo globalizzato.

Nessun commentatore contemporaneo potrebbe trascurare l’efficacia di un messaggio che parte da una tribuna tanto autorevole ed influente. Ciò non significa, tuttavia, negare la possibilità di un qualche sommesso apprezzamento critico. La condanna che l’enciclica pronuncia contro la Scienza economica appare troppo severa e storicamente infondata. Chi si occupa professionalmente della sua storia potrà testimoniare che non sempre la Scienza economica ha assunto carattere crematistico. Questo stesso storico potrà attestare che una componente cristianamente ispirata della Scienza economica è stata presente sin dalla sua nascita ed è viva e vegeta ancor oggi. In questo caso avremmo preferito, invece di una scomunica general-generica, un più attento discernimento.

Molti economisti di oggi si riconoscono e molti economisti defunti si sarebbero riconosciuti volentieri nelle tesi di Papa Francesco. E sarebbe illogico pensare che un Papa così comprensivo coi divorziati, cessasse di esserlo con gli economisti.

L’enciclica «Laudato si’» e l’insostenibile pesantezza della Scienza economica
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