Lettere al Direttore
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Benigni, i Comandamenti e la citazione del Papa

Un lettore ci scrive a proposito della performance televisiva di Roberto Benigni sui Dieci Comandamenti.

Percorsi: Mass media - Tv
Parole chiave: Roberto Benigni (18)

Gentile direttore,

mi unisco a quanti hanno espresso giudizi positivi alla esposizione dei 10 comandamenti da parte di Roberto Benigni. I consensi sono pervenuti anche da qualificati esponenti del mondo cattolico, e tuttavia sono state rimarcate delle carenze o semplificazioni da parte dell’artista, soprattutto sui comandamenti «Non uccidere» e «Non commettere adulterio». Sul quinto comandamento «Non uccidere» che riguarda la tutela della vita dell’uomo, Benigni si é limitato a menzionare le guerre, senza un minimo accenno al suicidio, all’aborto e alla eutanasia. Sul sesto comandamento «Non commettere adulterio» Benigni riduce il comandamento in questione, all’obbligo di fedeltà coniugale lasciando esclusi e, quindi, al di fuori da ogni giudizio, fatti da chiunque condannati come, per esempio la prostituzione, la pedofilia, lo stupro, la pornografia ecc. Probabilmente Benigni temeva di urtare la sensibilità di alcuni settori della società, se avesse detto tutta le verità, ma merita comunque apprezzamento.

Billy Sarti

Questa lettera ci permette, sia pure dopo un certo tempo dalla messa in onda, di tornare sulle due serate che Roberto Benigni ha dedicato, in diretta su RaiUno, ai Dieci Comandamenti. Anche noi, come il nostro lettore, ci uniamo ai giudizi positivi, che tra l’altro avevamo già espresso a suo tempo con la recensione allo spettacolo. Positiva e coraggiosa è già la scelta dell’argomento, per di più affrontato da un attore solo in scena con una tecnica che potremmo dire vecchia e antitelevisiva, soprattutto a confronto con la tv come viene fatta adesso. Benigni ha scelto un palcoscenico praticamente senza scenografia, ad eccezione del pubblico in sala. Ha confermato la via del lungo monologo, con poca varietà di inquadrature e senza nessun tipo di effetti speciali. Ma non solo: ha ridotto al minimo la parte comica iniziale sull’attualità che ai tempi della «Divina Commedia» rappresentava metà dello spettacolo oltre ad essere quella più accattivante per gran parte degli spettatori. Il primo plauso va quindi all’attore e alla sua capacità di tenere la scena da solo per così tanto tempo parlando di temi certamente non «nazional-popolari».

Dopo di che dobbiamo riconoscere lo studio, approfondito e costante, che Benigni ha condotto negli ultimi anni sui testi biblici e in particolare sull’Esodo. Solo chi è diventato padrone della materia ne può parlare così. È vero, qualche ridondanza c’è stata e anche qualche semplificazione. Penso, ad esempio, proprio al sesto comandamento e alla questione del «non commettere atti impuri» e del «non fornicare» dalla quale la Chiesa cattolica non ne è uscita bene. Va anche detto, però, che per tanto tempo si è veramente insistito su questa lettura del sesto comandamento e che in particolare la questione degli «atti impuri» riguardasse molto i ragazzi maschi. Ma il fatto che su questi argomenti Benigni abbia ironizzato mettendo i cattolici un po’ alla berlina, non toglie molto al valore dell’operazione compiuta. Non è un caso che lo stesso Papa Francesco lo abbia citato, l’ultimo dell’anno, parlando di grande artista: «Diceva qualche giorno fa un grande artista italiano che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che togliere l’Egitto dal cuore degli israeliti». Una citazione per nulla convenzionale per spiegare che gli israeliti erano stati sì liberati materialmente dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l’Egitto quando mangiavano cipolle e aglio dimenticandosi però che ne mangiavano al tavolo della schiavitù. Insomma, se un Papa cita un comico per spiegare la Bibbia significa che la sua esegesi era davvero efficace, oltre che corretta.

Andrea Fagioli

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