Lettere al Direttore
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Gli appelli di Papa Francesco

Un lettore ci scrive dopo le parole di papa Francesco sull'apertura ai profughi dei conventi vuoti.

Gentile direttore, si ha l’impressione che le esternazioni spontanee di Papa Francesco siano talvolta male interpretate, per non dire manipolate, facendo passare l’idea di una Chiesa interessata solo a fare soldi. Durante una Sua recente visita ad un centro di accoglienza per i rifugiati di una parrocchia romana (leggi) ha detto che la Chiesa fa già molto per i bisognosi, ma potrebbe fare ancora di più se fossero utilizzati anche i conventi vuoti per accogliere i profughi, aggiungendo che «non é qualcosa di semplice, ci vogliono criteri, responsabilità e anche coraggio». Succede però che non pochi istituti religiosi di frati e suore, talvolta non hanno i mezzi per le dovute ristrutturazioni secondo le vigenti legislazioni e conseguentemente sono costretti a tenere chiuse le strutture o venderle. È anche vero che alcuni conventi sono parzialmente utilizzati come strutture semi-alberghiere per l’accoglienza di pellegrini e turisti, ma le risorse vengono utilizzate per il mantenimento di altre opere caritative come case di accoglienza per i poveri, mense o missioni in Africa. Le sollecitazioni del Papa devono farci riflettere, ma non si possono aiutare i poveri senza danaro.«Senza lilleri non si lallera», si dice dalle mie parti.

Jacopo Cabildo
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Sono d’accordo che molti conventi o istituti non siano più gestibili. Sia da un punto di vista economico che per il numero sempre minore di religiosi a causa della crisi delle vocazioni. Da qui la necessità di vendere alcune strutture o di metterle, come si dice, a reddito per una forma di autofinanziamento. Per di più le tante leggi per la messa a norma degli edifici, ma anche quelle per l’accoglienza degli immigrati, creano non poche difficoltà. Premesso questo, io credo che gli appelli del Papa, che non definirei mai «esternazioni», vadano presi sul serio, molto sul serio. Perché quello che lui chiede è la reale conversione al Vangelo. Sa benissimo delle difficoltà, ma chiede coraggio («Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti. Certo non è qualcosa di semplice, ci vogliono criterio, responsabilità, ma ci vuole anche coraggio»).

Papa Francesco sa bene che sono in tanti a darsi da fare per gli altri, «ma l’accoglienza del povero – ha detto – non può essere, tra i cristiani, solo un interesse di alcuni». Tutti noi, come si dice anche nel paginone che questa settimana dedichiamo all’argomento (si veda le pagine 12-13), siamo interpellati dalla povertà, dall’immigrazione, dalla presenza in mezzo a noi di persone in cerca di speranza. Su questo dobbiamo essere onesti: troppo spesso come cristiani predichiamo a parole il sostegno alle persone in difficoltà o l’accoglienza, ma poi, anche quando c’è solo da mettersi le mani in tasca, il braccio si accorcia, mentre il passo si allunga di fronte al venditore ambulante. Per non parlare dell’accoglienza vera e propria, quando cioè non c’è solo da mettersi le mani in tasca, ma tutti noi stessi al servizio degli altri. Quant’è difficile! Non c’è dubbio. Ma il Vangelo è una porta stretta: o si passa di lì o si rimane fuori. Papa Francesco dice questo, ma non si limita a dirlo: lui lo mette in pratica e chiede a noi di fare altrettanto.

Andrea Fagioli

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