Lettere al Direttore
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Gli aspetti positivi della riforma costituzionale

Continua tra i nostri lettori il dibattito sulla riforma costituzionale approvata di recente dal Parlamento e che sarà sottoposta a referendum confermativo in ottobre.

Gli aspetti positivi della riforma costituzionale

La lettera di Piero Brunori, amico carissimo dotato di grande cultura, pubblicata nell’ultimo numero, e la risposta di Andrea Fagioli non parlano dei contenuti della riforma. Dalla lettera di Brunori sembrerebbe che si cambi la Costituzione per il gusto di cambiare, anche se in peggio: ma non è così.

Se entrerà in vigore la riforma della Costituzione non avremo più il bicameralismo paritario e solo la Camera darà la fiducia al Governo, perché il nuovo Senato non sarà più elettivo e rappresenterà le istituzioni territoriali: se le leggi possono essere fatte dallo Stato e dalle Regioni, è necessaria una Camera in cui concordare cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni. Se la riforma non passerà, si potrà dire legittimamente che il popolo sovrano non vuole la fine del bicameralismo paritario e non vuole la «Camera delle Regioni»: la bocciatura di queste riforme renderà impossibile per molto tempo la loro riproposizione.

La riforma, inoltre, renderà possibili Governi che durano per tutta la legislatura e questa previsione viene criticata perché, si dice, mette tutto in mano ad una sola persona e a un solo partito. Non è vero che la riforma rafforzi troppo il Governo: il Governo avrà 340 deputati su 615. Le minoranze, quindi, ne avranno 290 e potranno essere rappresentative di partiti e movimenti anche non grandi, perché bassa è la soglia di sbarramento (3%). Il Governo non potrà da solo eleggere il Presidente della Repubblica e nemmeno i giudici della Corte o i membri del Consiglio superiore della magistratura per i quali è richiesta la maggioranza del 60% e sarà sottoposto al controllo del Senato non superabile ponendo la questione di fiducia. E, di più, la riforma prevede che il Senato valuti le politiche pubbliche, ossia ne verifichi l’attuazione e l’efficacia e possa intervenire sulle principali nomine governative.

Ma poi, siamo proprio sicuri che sia sbagliato garantire la stabilità dell’esecutivo e che la riforma sia «un fatto tecnico privo di attinenza con i valori fondamentali e le scelte di fondo della Costituzione», come dice Brunori? La stabilità dei Governi è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per fare le riforme che la Costituzione richiede per eliminare le disuguaglianze di fatto fra le persone: favorire la governabilità, quindi, vuol dire realizzare una delle condizioni necessarie per attuare, finalmente, la Costituzione. La debolezza degli esecutivi ha svolto nel passato un’utile funzione di integrazione fra le diverse forze politiche ma oggi è necessario voltare pagina perché è intollerabile che i diritti previsti nella prima parte della Costituzione continuino ad essere scritti solo sulla carta.

Ma nella riforma c’è anche dell’altro, di positivo:

1) il Governo non avrà più la necessità di emanare un decreto legge per avere una decisione del Parlamento entro un certo termine, perché saranno possibili disegni di legge del Governo a data certa;

2) sono soppressi il Cnel e le Province: il primo, perché mai è riuscito a svolgere, in maniera significativa, le importanti funzioni che la Costituzione gli attribuiva e le seconde perché cinque livelli di governo elettivi (UE, Parlamento, Regioni, Province, Comuni) sono troppi;

3) il Presidente della Repubblica, non eleggibile, come abbiamo già detto, con la sola maggioranza di Governo, potrà esercitare il suo compito di guardiano della Costituzione anche nei confronti delle leggi di conversione dei decreti legge che oggi, invece, non può rinviare alle Camere, perché il rinvio determinerebbe la decadenza del decreto legge;

4) sono rafforzate le proposte di legge di iniziativa popolare che oggi non vengono nemmeno prese in esame dalle Camere;

5) due importanti novità sui referendum: si facilita la validità del referendum abrogativo diminuendo il numero necessario di votanti  e si prevede l’esistenza, anche se rinviata, dei referendum approvativi, in cui è il popolo che approva un disegno di legge;

6) è vero che diminuisce la potestà legislativa delle Regioni; ma le Regioni non se ne lamentano perché la loro potestà legislativa è già stata ampiamente ridimensionata dai Regolamenti e dalle Direttive comunitarie;

7) 315 indennità parlamentari  in meno; limiti a quelle, esageratamente alte, dei consiglieri regionali e unificazione delle amministrazioni di Camera e Senato.

Conclusione: non si cambia per il gusto di cambiare. E’ vero che molti dei lati positivi della riforma non sono garantiti e sicuri, perché  il nuovo Senato potrebbe rappresentare i partiti e non le istituzioni territoriali e le nuove funzioni potrebbero restare sulla carta. Ma questo è il rischio di ogni riforma e allora l’atteggiamento giusto non è il rifiuto della riforma ma l’impegno perché venga attuata.

Massimo Carli
già professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nella Facoltà di giurisprudenza di Firenze

Grazie, caro professore, per il suo auterovele contributo al nostro dibattito sulla riforma costituzionale. Ci teniamo a far sì che il livello si mantenga alto. Il nostro intento è quello di aiutare i lettori a farsi un’idea su una riforma che non può essere liquidata con qualche slogan. Così come non si può, a mio parere, caricare il prossimo referendum di significati esclusivamente politici, anche se ovviamente ne ha. Per me è un errore che il presidente del Consiglio leghi all’esito referendario il suo futuro, che tra l’altro, stando proprio alla Costituzione, sarebbe in ogni caso nelle mani del presidente della Repubblica e non nelle sue. Mi fa comunque piacere che lei, dopo alcuni interventi critici, elenchi quelli che a suo giudizio sono gli aspetti positivi della riforma, anche se, non lo posso nascondere, ho forti dubbi che siano così tanti. Ma l’importante, ripeto, è mantenere alta l’attenzione e la riflessione. Come «Toscana Oggi» ci siamo già impegnati e continueremo a farlo. Forse anche con un’iniziativa pubblica.

Andrea Fagioli

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