Lettere al Direttore
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Il calcio italiano tra fede e coraggio

Quali le cause dell'insuccesso del calcio italiano ai campionati del mondo in Brasile?

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Martedì 24 è stato per l’Italia il giorno dell’orrore! Gente ammutolita dallo stupore. Vi sono persone che invece di piangere se stessi cercano la «vendetta», la ricerca del colpevole, il capro espiatorio, quasi sempre l’arbitro. È così che da noi vanno le cose. «E la domenica vanno allo stadio per lottare, ammazzarsi, insultare…». Mettiamoci bene in mente che l’Europa è stanca, logorata e vecchia, viziata dai quattrini che spende in abbondanza e male. Ci sono nuove nazioni, come l’Africa ed il Sud e Centro America, che non avendo un euro si affacciano prepotentemente alla ribalta. Sono più giovani, dinamici, motivati e gagliardi e soprattutto più disperati di noi. Faremo sempre più fatica a contenerli.

La pretesa che dove c’è il denaro c’è anche la forza, la classe e il patriottismo è stato e continua ad essere la nostra grande illusione. Ma non vedete che ormai le cosiddette grandi squadre, allettate da un grandioso stipendio, una volta ottenuto, fanno meno di prima? Spagna, Inghilterra e ora anche l’Italia sono cadute non per mancanza di allenamento e di soldi, ma di fede in quello che stavano facendo. Suggerimento: lasciare perdere i colpevoli, gli arbitri , le scuse. Non pensare a ricominciare da capo con le stesse persone e gli stessi argomenti e… pregare. Sì signori, pregate dalla sera alla mattina, fate ritiri spirituali e recitate Rosari alla Madonna e vedrete che una volta ritrovata la vera fede, ritroverete anche il coraggio.

Franco Masini
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Partiamo dal fondo, caro Masini. Un tempo si diceva scherza coi fanti e lascia stare i santi. Qualcuno usava anche espressioni molto più colorite per non confondere qualcosa con le «Quarantore». Insomma, pregare fa sempre bene, ma i Rosari «spendiamoli» per cose ben più importanti che il calcio. E non lo dico da «agnostico», nemmeno da «tifoso critico», «patriota saltuario» o «tifoso fondamentalista» secondo le quattro categorie di un recente simpatico editoriale a firma di Umberto Folena (leggi qui). Lo dico da «tifoso moderato» (categoria non prevista da Folena), ovvero da persona che si diverte ad appassionarsi in modo irrazionale al calcio, convinto che non ci sia altro modo di viverlo. Razionalmente, infatti, non si può passare un’ora e mezzo a seguire, quasi sempre in tv, una ventina di ragazzi in pantaloncini che corrono dietro a un pallone.

Dichiaro pubblicamente anche la mia incompetenza tecnica: non mi sento uno dei quasi 60 milioni di ct della Nazionale che vivono in Italia. Confermo, però, che il calcio mi piace e mi diverte, pur nella convinzione che sono ben altre le cose importanti della vita. Ne apprezzo anche il ruolo sociale: il calcio mette tutti sullo stesso piano e offre a tutti argomenti di conversazione, al docente universitario come all’idraulico, al meccanico come al medico. Che poi intorno al pallone girino troppi soldi sono in gran parte d’accordo con lei, caro Masini. Dico in gran parte e non totalmente perché cerco di valutare anche quello che il calcio può produrre, diciamo così, come indotto. Se crea o no, ad esempio, posti di lavoro. Se crea business, come direbbe qualcuno. Insomma, sul piatto vorrei mettere tutto.

A proposito, infine, degli scarsi risultati della nostra Nazionale, saranno senz’altro dovuti alla scarsa «fede» (rigorosamente con la lettera minuscola) e al poco coraggio dei suoi componenti, ma io credo siano dovuti anche al fatto che i calciatori italiani nelle nostre squadre di club di serie A stanno diventando merce rara, «razza» in via d’estinsione. Per comporre la rosa azzurra (e non è un gioco di parole o di colori) stiamo naturalizzando stranieri a tutto spiano, con risultati non sempre entusiasmanti. Forse, se da qualche parte dobbiamo ripartire, ripartiamo dal rivitalizzare i vivai delle squadre italiane.

Andrea Fagioli

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