Lettere al Direttore
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Il dialogo è una necessità vitale, anche se non sempre è facile

Un lettore si mostra molto scettico sulla possibilità di dialogo tra persone che hanno convinzioni molto radicate, come i testimoni di Geova o gli stessi cattolici su temi come il fine vita.

Parole

Si può discutere con un testimone di Geova sui benefici o meno delle trasfusioni di sangue? Non è possibile, perché il Testimone s’industrierà in tutti i modi  per dimostrare che le trasfusioni di sangue sono dannose, il suo pensiero andrà necessariamente in un’unica direzione, per giungere inevitabilmente ad una sola conclusione. Altrimenti si troverebbe davanti ad una contraddizione per lui non accettabile: come può Dio proibire agli uomini ciò che è per loro un bene e non un male? Provate a discutere con un vegetariano sui benefici o meno del nutrirsi di carne, o sulla necessità di nutrirsene. I suoi ragionamenti saranno condizionati dalla persuasione che uccidere animali è sempre un male. Per la stessa ragione, difficile, se non impossibile, è dialogare con molti cattolici sul fine vita, giacché i loro ragionamenti sono necessariamente condizionati dalla ferma persuasione che la vita è sacra e inviolabile, che la vita è un dono, che la vita vale sempre la pena d’essere vissuta, che «la vita e la morte dell’uomo sono... nelle mani di Dio, in suo potere... Egli solo può dire: “Sono io che do la morte e faccio vivere”» (Giovanni Paolo II). Ovviamente la persona che ragiona in tal modo potrebbe anche essere nel giusto, ma resta che il dialogo diventa difficile, alle volte impossibile.

Renato Pierri

Non credo, caro Pierri, che il dialogo presupponga il rinunciare ai propri principi e alle proprie idee. Tutt’altro. Dialogare significa essere aperti al confronto. Non importa se poi si arriva o meno a un’intesa concreta. È già importante l’atteggiamento interiore, la volontà di capire. La conoscenza è un passaggio fondamentale sulla strada del dialogo. Si ha paura del «diverso» solo quando non lo si conosce. Dopo di che, nel rispetto reciproco, si può ricercare ciò che ci unisce anziché ciò che ci divide. Ma per fare questo occorre un’identità forte e un’appartenenza sentita, oltre al gusto del confronto. È la debolezza che genera chiusura.

Se posso fare un esempio calcistico, tanto per capirci, è la squadra più debole che si chiude in difesa per salvare lo zero a zero. Magari, per vincere la partita, spera in un contropiede o in un errore dell’avversario, ma a livello di gioco non costruisce. Dialogare significa invece costruire. Il dialogo è una necessità vitale, anche se non sempre è facile.

In quanto al suo ultimo esempio, caro Pierri, direi che proprio il valore sacro e inviolabile della vita, su cui i cattolici non devono cedere mai, dovrebbe essere un punto forte di convergenza e non certo di divisione.

Andrea Fagioli

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