Lettere al Direttore
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Il dovere dei popoli di convivere nella pace

Da un nostro lettore una riflessione sull'esigenza di costruire la pace e sul ruolo che devono avere le diverse fedi.

Percorsi: armamenti - Pace - Siria - Usa
Bandiere della pace

In un mondo in cui si dichiara guerra con un tweet, in cui gli errori del passato non insegnano (Iraqi Freedom), la ricetta per un mondo in pace la possiamo trovare nelle Sacre Scritture. Il Corano dice: «Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina, e divisa in nazioni e tribù, così da poterti conoscere meglio». E la Sacra Bibbia dice: «Beati coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

La pace per ogni religione è quindi un dono di Dio. È scritto nella Bibbia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace».

La Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1984, dice che per garantire l’esercizio del diritto dei popoli alla pace, è indispensabile che gli Stati tendano alla eliminazione delle minacce di guerra, all’abbandono del ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e alla composizione pacifica delle controversie internazionali. I popoli di tutta la Terra devono quindi convivere nella pace: è il volere di Dio, e quindi è il nostro dovere su questa Terra.

Ma l’obiettivo è che si deve fare strada l’idea di una pace positiva, considerata non come assenza di guerra (stato passivo), bensì come continua presenza di condizioni di giustizia reciproca tra i popoli che permettano a ciascun popolo il proprio libero sviluppo in condizioni di auto-governo.

Andrea Zirilli

Grazie, caro Andrea, per questo richiamo al fatto che non sono le religioni a volere la guerra, bensì le ingiustizie che noi uomini provochiamo e mettiamo in atto. Quello che accade in Siria lo conferma in modo tremendamente drammatico. «La tragedia siriana – come scrive con la consueta lucidità il nostro Romanello Cantini – è fra le più spietate e folli». Eppure non sarà facile «portare un barlume di speranza» nella terra delle stragi, delle macerie, dei profughi e ora anche di quello che Cantini definisce giustamente un tragico «show di guerra». Ma noi in quel barlume di speranza ci crediamo. E come cristiani dobbiamo anche pregare perché ciò avvenga. Sottoscrivo pertanto l’obiettivo che tu indichi, caro Andrea, ovvero che si faccia strada l’idea di una pace positiva, non come assenza di guerra, ma «come continua presenza di condizioni di giustizia reciproca tra i popoli». È una prospettiva grande, è vero. Ma ognuno di noi può dare il suo contributo. Uomini di pace si inizia a esserlo nella vita quotidiana. «La pace – scrive il cardinale Bassetti nell’editoriale di questa settimana – rimane un lavoro artigianale, che richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Più che in altri momenti, questo è il tempo di crederci fino in fondo».

Andrea Fagioli

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