Lettere al Direttore
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La difficoltà di un settimanale a incidere nel contesto sociale

Analizzando la situazione culturale e politica del nostro Paese un lettore segnala le difficoltà che anche un settimanale diocesano incontra ad incidere direttamente nel contesto sociale.

Redazione di Toscana Oggi

Caro direttore, sono sempre più convinto che la confusione complessiva dei nostri giorni sia dovuta a molteplici responsabilità, anche storiche, collegate ai mezzi di informazione; la tv in particolare. Poi vengono i giornali quotidiani ed i periodici, sempre più attenti a fornire «notizie bomba» che ad offrire spunti  per possibili valutazioni di merito degli avvenimenti. È dimostrato come le troppe «sparate» televisive a cura di leader politici, o presunti tali, crea soltanto ulteriori tensioni e conflitti, ma non permettono un libero confronto e/o riflessione in merito ai numerosi problemi di rilevanza sociale, che coinvolgono persone e famiglie ed in merito ai quali ogni politico di rispetto dovrebbe offrire proposte di soluzioni nell’ottica del bene comune e dell’armonia sociale.

Anche l’urgente riequilibrio del rapporto intergenerazionale ha bisogno di proposte di inclusione responsabile delle giovani generazioni. E qui i vecchi politici, che non mollano la sedia, hanno gravi responsabilità. Di fronte ad una realtà così complessa e confusa anche un settimanale diocesano incontra difficoltà ad incidere direttamente nel contesto sociale. Ciò che manca, ed è una vera omissione, è il raccordo con le parrocchie. Queste dovrebbero ricordare che, storicamente, il Magistero della Chiesa ebbe una rilevanza non secondaria nel delicato compito di illuminare le coscienze e favorire la partecipazione attiva alla vita sociale e politica di moltissime persone che, nei decenni ormai lontani, hanno reso un importante servizio alle nostre comunità ed all’intera Italia.

I tempi sono cambiati ma i pilastri del nostro sistema democratico, scaturito dall’incontro (e non dallo scontro) di culture diverse e riscontrabile nella Costituzione repubblicana, sono tutt’ora validi. Si tratta soltanto di rispolverare e far conoscere le basi fondamentali  del libero confronto politico. Ciò non consiglia la frammentazione in piccoli gruppi, i quali anche se possono arricchire il dibattito sul piano culturale, ostacolano la formazione di maggioranze coese in grado di poter governare, o amministrare una città. Infatti, è bene che anche i giovani, desiderosi di nuovismo, sappiano che la stabilità dei governi necessita di largo consenso popolare, e di programmi scaturiti da un attento esame della realtà e con una visione d’insieme delle problematiche; mai attraverso «frasi in libertà» e prive di sbocchi concreti.  Ma pure coloro che si pongono soltanto a «giudici» di alcune norme di legge approvate senza offrire dei programmi complessivi che tengano conto di tutta la realtà sociale non potranno mai essere scelti per governare l’Italia.

Infine, nessuna scelta politica potrà essere condivisa se non tiene conto del dovere di ricostruire fiducia e speranza nel futuro, in un’ottica di corresponsabilità pure generazionale, che coinvolga i giovani.  Tutto questo richiede quell’auspicato impegno sul piano culturale che è, oggi, insufficiente per affrontare le sfide che le comunità multi etiche richiedono, sia a livello di società civile che di realtà religiose, lasciando così spazio a tanta dannosa conflittualità nei sentimenti, sopratutto degli anziani.

Giuseppe Delfrate

La sua lettera, caro Delfrate, tocca vari argomenti, sia pure collegati. Io mi soffermo sulla parte che lei dedica al settimanale cattolico, che mi riguarda direttamente. A questo proposito non posso che darle ragione e confermare la nostra «difficoltà a incidere direttamente nel contesto sociale». E non solo in senso generale, ma anche in particolare rispetto a quel mondo cattolico che in qualche modo rappresentiamo e con il quale dovremmo avere un’interazione ideale e una collaborazione fattiva. Invece, quando va bene c’è scollamento e quando va male c’è addirittura ostilità. Abbiamo perso il senso di appartenenza. Anche le parrocchie da lei rammentate il più delle volte vivono disancorate dal resto, come se non facessero parte di una diocesi e più in generale di una Comunità universale. Chiuse nel loro guscio, rifuggono da qualsiasi coinvolgimento e dal cercare di tradurre il Magistero e la Dottrina sociale della Chiesa nella loro realtà. Un compito che tra l’altro potrebbero condividere proprio con il settimanale.

Andrea Fagioli

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