Lettere al Direttore
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La riformulazione del Padre Nostro è iniziata vent’anni fa

Un lettore è rimasto colpito dalla notizia, diffusa da molti media, che il Papa avrebbe deciso di cambiare un punto della traduzione del Padre Nostro. Cosa c'è di vero?

Breviario liturgico (Foto Sir)

Ho letto sulla «Nazione» di alcuni giorni fa che il Papa ha deciso di modificare la traduzione del Padre Nostro: invece di non ci indurre in tentazione si dovrebbe tradurre non abbandonarci nella tentazione. Ho letto poi, ma non ci posso credere, che tale modifica era stata dichiarata dalla Cei nel 2008! Ben 9 anni fa! I cattolici francesi, sempre in base a questo articolo comparso in prima pagina, si sarebbero adeguati all’inizio di questo anno liturgico. Come mai i nostri pastori non si decidono? Di cosa hanno paura? Del Dio della Misericordia di Papa Francesco? Spero che le parole del Papa vengano applicate e non disattese.

Mario Mancini

Partiamo dalla Francia. È vero, caro Mancini, che dal 3 dicembre scorso, prima domenica d’Avvento, i francesi pregando il Padre Nostro usano la nuova formulazione: «Ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero «Non lasciare che entriamo in tentazione» al posto di «Non indurci in tentazione». In un incontro con la stampa a Parigi, il vescovo di Grenoble, Guy de Kerimel, che è anche presidente della commissione episcopale per la liturgia e la pastorale sacramentale, ha spiegato che la traduzione precedente non era sbagliata dal punto di vista esegetico, ma rischiava di essere «mal compresa dai fedeli».

In quanto all’Italia, c’era una proposta dei nostri vescovi, ben prima del 2008, che andava proprio nel senso auspicato di recente da Papa Francesco con la formulazione «Non abbandonarci alla tentazione», che è stata recepita nella nuova traduzione della Bibbia Cei e nel Lezionario, ma ancora in attesa del via libera della Santa Sede per quanto riguarda l’uso liturgico nel Messale. Quando quel via libera arriverà, la preghiera insegnata da Gesù si potrà recitare con le parole «Non abbandonarci alla tentazione» in tutte le occasioni.

Come stanno esattamente le cose, lo ha raccontato domenica ad «Avvenire» il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e presidente della Conferenza episcopale toscana, che come sappiamo è un apprezzato biblista ed è stato sottosegretario prima e poi segretario generale della Cei. «L’inizio del lavoro – ha spiegato Betori – risale al 1988, quando si decise di rivedere la vecchia traduzione del 1971, ripubblicata nel 1974 con alcune correzioni. Fu istituito un gruppo di lavoro di 15 biblisti coordinati successivamente da tre vescovi che sentì il parere di altri 60 biblisti.... Questo Comitato ricevette e vagliò anche la proposta di una nuova traduzione del Padre Nostro e, tra le diverse soluzioni, venne adottata la formula “non abbandonarci alla tentazione”». «Non è la traduzione più letterale – ha detto ancora il Cardinale –, ma quella più vicina al contenuto effettivo della preghiera».

Rispetto alla versione francese, i vescovi italiani hanno scelto una traduzione volutamente più ampia. «“Non abbandonarci alla tentazione” – aggiunge Betori – può significare “non abbandonarci, affinché non cadiamo nella tentazione” (dunque come i francesi “non lasciare che entriamo nella tentazione”), ma anche “non abbandonarci alla tentazione quando già siamo nella tentazione”. C’è dunque maggiore ricchezza di significato perché chiediamo a Dio che resti al nostro fianco e ci preservi sia quando stiamo per entrare in tentazione, sia quando vi siamo già dentro».

Sul fatto che questa nuova traduzione non è ancora nell’uso liturgico, l’Arcivescovo di Firenze, ha riferito che «nel 2001 la Congregazione per il culto emanò nuove disposizioni sulle traduzioni» per cui «dovemmo rivedere tutto il lavoro di traduzione della Bibbia» che «nell’Assemblea della Cei del 2002, venne approvata con 202 “sì” su 203 votanti. Il testo del Padre Nostro fu votato e approvato a parte, per non avere nessun dubbio. La recognitio della Santa Sede arrivò nel 2007 e l’edizione della Bibbia Cei è quella del 2008. In seguito si passò al Messale, perché il Padre Nostro si recita anche durante la Messa e in altri riti liturgici. La proposta fu quella di trasferire nel Messale la traduzione del Padre Nostro che era stata approvata nella Bibbia. E così avvenne. Questa traduzione, però, per poter entrare nell’uso liturgico deve essere “vidimata” dalla Santa Sede con quella che ora, in base alle nuove norme volute dal Papa, è una approbatio. Ma questo manca ancora. Invece il nuovo Lezionario, cioè il libro delle letture durante la Messa, è già stato approvato dalla Santa Sede e qui il testo del Padre Nostro contiene la formula “non abbandonarci alla tentazione”».

Andrea Fagioli

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