Lettere al Direttore
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La «rivalutazione» di don Milani e la scomunica dei comunisti

La «riabilitazione» del libro di Don Milani «Esperienze pastorali» è solo un atto tardivo di giustizia? E quando si avrà il coraggio di chiedere perdono per la scomunica del 1949 ai comunisti? Queste le due domande poste al direttore questa settimana.

Percorsi: Don Lorenzo Milani
Papa Francesco in preghiera sulla tomba di Don Milani

La riabilitazione di don Milani (e in particolare il riconoscimento del carattere eminentemente sacerdotale del suo impegno) è, naturalmente, motivo di grande gioia. Vedo però in agguato una tentazione, quella di esaurire il tutto in un – per quanto doveroso, e anzi tardivo – atto di giustizia verso la sua persona: come se l’uomo di Dio avesse davvero bisogno di un «indennizzo» da parte degli uomini. La questione mi sembra assai più profonda. Dando per scontato che incomprensione e persecuzione siano in qualche modo scritte nel destino del profeta, bisogna chiedersi: chi risarcirà le vittime delle situazioni da lui denunciate? Cosa si è fatto e si fa perché il grido dei poveri (di qualunque genere essi essi siano) non venga di nuovo, sempre, messo a tacere per convenienze, opportunismi, ragioni di forza maggiore? Nella vicenda di don Milani, il vero dramma sta non tanto nell’ottusità e ingenerosità della curia e di Florit (a sua volta, probabilmente, vittima di cose più grandi di lui) nei suoi confronti, quanto nel fatto che la Chiesa – non solo fiorentina, purtroppo... – in nome dell’opposizione al comunismo non seppe e non volle ascoltare tante «attese della povera gente». Ora, se la bussola che deve guidarci, prima di ogni giustificazione di carattere storico, è il Vangelo, mi chiedo: chi risarcirà le vaste masse popolari che non solo non ebbero adeguata protezione sociale dalla chiesa e dal partito sedicente cristiano, ma addirittura si videro escluse dalla comunione ecclesiale e consegnate all’ateismo solo perché, nulla sapendo di marxismo teorico, vedevano nel Pci chi poteva difendere le loro ragioni? In occasione del grande giubileo del 2000, Giovanni Paolo II chiamò la Chiesa a chiedere perdono delle sue mancanze, come ora anche papa Francesco. Quando si avrà il coraggio di farlo per la sciagurata scomunica del 1949?

Francesco Michelazzo

Onestamente, caro Francesco, mi auguro che quella che tu definisci «rivalutazione» di don Milani non sia un semplice «indennizzo», ma la piena comprensione di una testimonianza autentica e attuale. Il Papa in questo ci ha dato una bella lezione con la visita a Barbiana e soprattuto con la preghiera silenziosa sulla tomba di don Lorenzo.

Ma il Papa è il Papa, si potrebbe dire. E lui, spesso, viaggia qualche spanna sopra di noi. Per questo vorrei segnalare un’altra cosa che mi sembra importante e che va nella direzione giusta, ovvero il rinnovato interesse editoriale con la pubblicazione di articoli e di libri con cui si cercano sguardi nuovi sulla vita del «priore», ma anche con la realizzazione di film come il documentario Barbiana ’65 (presentato alla Mostra del cinema al Lido di Venezia e nei giorni scorsi allo Stensen di Firenze) e di spettacoli teatrali come il Vangelo secondo Lorenzo (rappresentato in prima assoluta alla Festa del Teatro a San Miniato e prossimamente in programma al Metastasio di Prato).

C’è dunque un clima culturale diverso, ma soprattutto c’è il lavoro svolto negli ultimi anni dalla Chiesa fiorentina, che ha portato dapprima a riaprire e risolvere la questione di Esperienze pastorali e poi alla visita di Francesco a Barbiana. Una volta per tutte mi auguro che si smetta anche di tirare don Milani politicamente da una parte e dall’altra. In quanto al tuo ultimo interrogativo sul chiedere perdono per la scomunica dei comunisti del 1949, la risposta, caro Francesco, credo stia nei fatti. Verrebbe da dire che il comunismo è stato condannato dalla storia più che dalla Chiesa. Ma questa potrebbe sembrare una battuta. Va invece precisato che quella scomunica si riferiva all’ateismo militante e che in ogni caso si ritiene superata a partire dall’intervento di Giovanni XXIII nel 1959 e soprattutto con il Concilio Vaticano II. Pertanto chiudo anch’io con un paio di interrogativi: una volta superata la questione, c’è davvero bisogno di un’esplicita richiesta di perdono? Non diventeranno un po’ troppi i perdoni che si chiedono alla Chiesa e un po’ pochi quelli che si chiedono agli altri?

Andrea Fagioli

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