Lettere al Direttore
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Perché ancora oggi si benedicono gli animali?

Un lettore ci scrive a proposto della benedizione degli animali che si è tenuta nella sua Diocesi, in occasione della festa di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali.

Percorsi: Animali
Parole chiave: Benedizioni (3)
Una benedizione con animali

Nei giorni scorsi, in una chiesa della mia diocesi, vi è stata la benedizione degli animali e, personalmente, ne sono rimasto sconcertato. Non per gli animali, incoscienti ed ignari dell’evento ma per le persone, esse sì, coscienti ma ignoranti, che ve li hanno condotti.

Vorrei che qualcuno mi spiegasse bene, in termini evangelici e non in termini feticcio-clericali, cosa sono e cosa significano queste benedizioni. Penso che in caso di malattia gli animali potevano essere portati al veterinario; se, invece, stavano in salute si doveva benedire Dio per tanta salute, ma senza prete aspergente. Da anni, ormai, tanti sacerdoti non benedicono più non solo gli animali, ma nemmeno le macchine e ancor meno le banche o i negozi. Perché devono essere benedette le persone affinché siano, esse, portatrici di bene per il mondo e chi le incontra possa «dire bene» della vita e di Dio, se credente. Fa, quindi, senso vedere i preti ridotti al rango di stregoni, invece che esser coscienti e rivendicare il loro ruolo di educatori nella fede, che nulla ha a che fare con il feticismo. Meraviglia, poi, vedere le chiese, che dovrebbero essere il luogo di crescita e di maturazione dei fedeli, ridotte a supermarket del credulismo e della deresponsabilizzazione.

Temo, fra i tanti messaroli che vanno in chiesa, di far parte di una strettissima minoranza; ma, grazie a Dio, penso di non essere solo. Perché, come ha affermato Raniero La Valle «tutto ciò che è umano non ha bisogno di essere ulteriormente sacralizzato, clericalizzato, conteso e strappato al divino». Vorrei che il giornale mi spiegasse cos’è quel gesto divinatorio che nulla aggiunge alla bontà che le cose e gli esseri già hanno in sé.

Andrea Iardella

Caro Iardella, premetto, cosciente di attirarmi qualche antipatia, che non sono un «animalista», nel senso che ad esempio sono favorevole agli animali nei circhi, che non mi piace chi tratta i cani come i bambini e via dicendo. Nei giorni scorsi mi è capitato di passare accanto a due persone con il cane, che si scambiavano i complimenti per i due rispettivi animali, come si fa, appunto, con i bambini. Anzi, una delle due ha anche pronunciato la frase fatidica: «Altro che gli esseri umani!». Non so chi mi ha trattenuto dal tornare indietro e dirgliene un paio. Ciò non toglie che abbia rispetto per gli animali, come per tutto il resto del Creato sul quale, però, il Padreterno stesso ci ha autorizzato ad avere il dominio e non ad esserne sottomessi.

Detto questo, le ricordo che qualche anno fa, a una domanda simile, nella seguitissima rubrica «Risponde il teologo» (che può ritrovare sul nostro sito internet), intervenne, con ben altra autorevolezza in materia, padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria, spiegando che la benedizione sugli animali affonda le proprie radici nel mondo contadino e risale al medioevo con l’intento di benedire quegli elementi che sono necessari per la vita dell’uomo (semine, primizie, animali, case, attrezzi di lavoro).

Nella nostra società cittadina e moderna sono profondamente mutati i parametri e i rapporti. Probabilmente resta sempre un sottofondo di fede nel desiderio di portare a benedire anche gli animali cosiddetti di compagnia, ma in questo caso, come diceva padre Mauro, prima della benedizione ci vorrebbe una catechesi proprio perché è mutato il contesto culturale nel quale la fede è chiamata a incarnarsi.

A questo proposito, visto che ci stiamo avvicinando al periodo delle benedizioni di Pasqua, le ricordo anche che quella che una volta erroneamente veniva chiamata la «benedizione delle case», per la quale si tiravano a lucido le stanze dell’appartamento, adesso si parla sempre, correttamente, di «benedizione delle famiglie» e si invita a tirare a lucido non tanto la casa quanto la propria coscienza.

Andrea Fagioli

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