Lettere al Direttore
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Quando un padre uccide i figli e la moglie

La riflessione di una lettrice sulla strage familiare avvenuta a Motta Visconti.

Caro direttore, nei giorni scorsi abbiamo letto e sentito di quel marito che ha ucciso la moglie e i figli perché voleva, come si dice, rifarsi una vita. Qualcuno ha già parlato di folle raptus. Ma io non sono d’accordo: la presunta follia non va d’accordo con la lucidità messa in atto subito dopo. Dovremmo interrogarci, e gli uomini dovrebbero farlo per primi, su un uomo qualunque, «per bene», che uccide sua moglie e i suoi due bambini piccolissimi, poi si lava del loro sangue e va a vedere una partita di calcio con gli amici convinto di farla franca.
Bisognerebbe pensare a quanta indifferenza sociale ci circonda, se un uomo e una donna, probabilmente in crisi, non sono stati intercettati da nessuno. Una coppia in crisi magari si lascia e basta, tutto finisce lì. Due che litigano magari alzano la voce e si insultano e poi nessuno alza le mani. Però potrebbe anche andare peggio, e quando si sente il livello che si alza bisognerebbe alzare anche qualche antenna. E avere un po’ di coraggio, esporsi. Certo è più facile e rassicurante pensare che il male è tutto esterno a noi.

Gabriella Morsiani
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L'ultima in ordine di tempo, almeno al momento di chiudere questo numero di «Toscana Oggi», è la notizia di un omicidio-suicidio che arriva da Siena: un uomo ha ucciso la moglie accoltellandola, poi si è suicidato gettandosi dall’ultimo piano del palazzo dove abitava. Eppure, questa notizia sembra (lo dico con terrore) persino poca cosa rispetto a quella arrivata qualche giorno prima da Motta Visconti, in provincia di Milano, dove, come si ricorda nella lettera, un padre ha ucciso i suoi due figli e la giovane moglie. Li ha colpiti nel sonno, sacrificandoli al suo folle proposito di liberarsi della famiglia perché innamorato di un’altra donna. E lo ha fatto con una ferocia incredibile e al tempo stesso con una lucidità impressionante creandosi l’alibi della partita della Nazionale in tv con gli amici e inscenando un tentativo di rapina in casa.

E un padre sarebbe pure il presunto omicida di Yara Gambirasio. Ma in questo caso, come ha detto il parroco di Brembate (il paese dei Gambirasio in provincia di Bergamo), ci auguriamo che non sia vero, proprio perché padre di tre figli.
Fatto sta che la cronaca, con una frequenza esasperante, ci pone di fronte casi altamente drammatici: terribili storie di violenza dove perde ogni valore e significato la vita altrui, compresa quella della moglie o dei figli. Drammi assurdi, che ci dicono quanto ci sia ancora da fare e da vigilare. Quanti tessuti relazionali siano da rafforzare per starci vicino, per accogliere reciprocamente le sofferenze, le inquietudini, le pazzie che magari covano laddove meno te lo aspetti. Un padre che non si ferma neppure davanti ai figli piccolissimi deve giustamente mettere in crisi tutti noi. Uccidere nel sonno, con un coltello. Pazzesco anche solo pensarlo. Forse il primo passo per strappare la violenza è sentirsi coinvolti, non solo emotivamente, non solo nel momento. Non tirarsi indietro, diventando «antenne», aiutandoci a seminare pace, gesti di conciliazione, favorendo il dialogo sul litigio, il bene sul male, che non è assolutamente all’esterno di noi.

Andrea Fagioli

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